Inviato ONU in Yemen: attacchi aerei della coalizione saudita diminuiti dell’80%

Pubblicato il 23 novembre 2019 alle 7:14 in Arabia Saudita Yemen

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L’inviato delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, ha riferito al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, venerdì 22 novembre, che il numero di attacchi aerei effettuati nel Paese dalla coalizione saudita, in guerra con i ribelli sciiti Houthi, è diminuito di circa l’80% nelle ultime 2 settimane. “Come segnale importante che forse qualcosa sta cambiando in Yemen, nelle ultime due settimane il tasso di attacchi si è drasticamente ridotto: ci sono stati quasi l’80% in meno di bombardamenti aerei a livello nazionale rispetto alle due settimane precedenti”, ha affermato Griffiths.

 Il 20 novembre, il sovrano dell’Arabia Saudita, il re Salman bin Abdulaziz, aveva dichiarato, nel corso di un discorso tenuto al Consiglio della Shura saudita, che Riad sta cercando di giungere a una risoluzione politica del conflitto in Yemen. Il riferimento va all’accordo firmato il 5 novembre nella capitale saudita tra il governo centrale yemenita e le forze secessioniste del Sud del Paese, rappresentate dal Consiglio di Transizione meridionale. Sebbene il patto miri innanzitutto a porre fine alle rivalità tra queste due parti del conflitto, l’accordo rappresenta, a detta dell’Arabia Saudita, un passo significativo che porterà ad una soluzione pacifica della guerra, iniziata il 19 marzo 2015 e tuttora in corso.

Il 22 ottobre, una fonte aveva rivelato ad Al-Jazeera che l’Arabia Saudita aveva intrapreso negoziati con i ribelli Houthi al fine di porre una tregua militare al conflitto. Nello specifico, a detta della fonte, è stato istituito un comitato politico e militare composto sia da sauditi sia da Houthi, i quali cercheranno misure volte a porre fine ai combattimenti al confine e agli attacchi aerei da ambe le parti.  Tale mossa segue alcune iniziative e segnali di distensione che hanno mostrato il desiderio di una tregua per la regione. Da un lato, i ribelli sciiti, nel mese di settembre, avevano dichiarato di interrompere, unilateralmente, gli attacchi aerei contro i territori sauditi in cambio di un freno alle operazioni da parte della coalizione saudita-emiratina. Dall’altro lato, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, di fronte a tale dichiarazione, aveva espresso la propria speranza verso l’apertura di un dialogo politico.

I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

Secondo un report dell’Armed Conflict Location and Events Dataset, del 31 ottobre 2019, dal 2015 ad oggi sono state più di 100.000 le vittime del conflitto, tra cui circa 12.000 civili, causate da più di 39.700 scontri armati. Finora, il 2018 è l’anno che ha registrato il maggior numero di morti. La coalizione a guida saudita risulta essere la maggiore responsabile, con il 67% del totale delle vittime civili.

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Chiara Gentili

di Redazione

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