Cina: i “Xinjiang Papers” e i retroscena sulla questione degli Uiguri

Pubblicato il 23 novembre 2019 alle 6:13 in Asia Cina

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Alcuni documenti del governo cinese, divulgati dal New York Times, svelano i dettagli della repressione attuata dalle autorità di Pechino sulla popolazione uiguri e sulle altre minoranze musulmane della regione dello Xinjiang, nella Cina occidentale. Più di 400 pagine di informazioni riservate sono circolate in breve tempo sulla rete, spalancando una finestra sulla politica del Partito comunista cinese in una zona formalmente autonoma del Paese. Sono circa 1 milione i musulmani, tra uiguri, kazaki e altri membri di comunità etniche, rinchiusi negli ultimi 3 anni nei campi di internamento e prigionia dello Xinjiang. Il partito del presidente cinese Xi Jinping ha sempre respinto le critiche internazionali definendo i campi “centri di formazione professionale”, dove si cerca di combattere l’estremismo islamico attraverso misure soft. I documenti recentemente pubblicati, tuttavia, confermano la natura coercitiva della repressione effettuata nello Xinjiang attraverso le parole stesse dei funzionari che l’hanno concepita e orchestrata. Si riportano alti dirigenti del partito che ordinano azioni drastiche e urgenti, comprese detenzioni di massa, contro la radicalizzazione. Si raccontano bambini che assistono alla deportazione dei propri genitori o famiglie costrette ad abbandonare le loro attività nei campi per mancanza di forza lavoro. Dai documenti del governo cinese, soprannominati “Xinjiang Papers”, trapelano le seguenti informazioni:

  • Il presidente Xi Jinping, capo del Partito comunista cinese, ha tenuto una serie di discorsi privati con alcuni suoi funzionari, durante e dopo una visita nello Xinjiang, nell’aprile 2014, gettando le basi della repressione e il principio dei campi d’internamento. Tali incontri si sono svolti poche settimane dopo la notizia di un attacco avvenuto in una stazione ferroviaria per mano di un gruppo di militanti uiguri, dove circa 150 persone sono state ferite e 31 sono rimaste uccise dalle pugnalate degli estremisti. Il presidente Xi, in tale occasione, avrebbe invocato “una lotta totale contro il terrorismo, l’infiltrazione e il separatismo” usando “gli organi della dittatura” e mostrando “assolutamente nessuna pietà”.
  • Gli attacchi terroristici in Occidente e la riduzione delle truppe americane in Afghanistan hanno contribuito a dare forma alla repressione e hanno acuito le preoccupazioni della leadership. Dai documenti emerge che funzionari cinesi hanno discusso degli attentati avvenuti in Gran Bretagna attribuendo le maggiori responsabilità alle politiche europee che mettono “i diritti umani al di sopra della sicurezza”. Xi Jinping avrebbe dunque esortato il partito a emulare le caratteristiche della “guerra al terrore” condotta dagli Stati Uniti dopo gli attacchi dell’11 settembre.
  • I campi di internamento si sono espansi rapidamente dopo la nomina di Chen Quanguo, nuovo capo di partito per la regione dello Xinjiang, nell’agosto 2016. L’uomo ha seguito in maniera rigorosa gli ordini del presidente Xi e ha esortato tutti i suoi funzionari a “rastrellare tutti coloro che devono essere rastrellati”.
  • Quando la repressione ha incontrato dubbi o resistenze da parte di funzionari locali, Chen ha risposto rimuovendo dal loro ruolo tali figure, sospettate di essere d’ostacolo al processo di de-radicalizzazione, e incarcerandone diverse.

In totale, i “Xinjiang Papers” contengono 24 documenti, circa 200 pagine di discorsi diretti e segreti di Xi Jinping e alti ufficiali del partito, più di 150 pagine di direttive e rapporti sulla sorveglianza e sul controllo della popolazione uiguri nella regione. Ci sono anche alcuni riferimenti alle intenzioni delle autorità di estendere le restrizioni ai musulmani in altre parti della Cina. I documenti, secondo quanto reso noto dal New York Times, sono trapelati da “un membro dell’establishment politico cinese”.

Il Ministero degli Esteri cinese non ha negato l’autenticità dei papers, ma ha affermato che l’articolo del quotidiano americano costituisce “un goffo mosaico di interpretazioni selettive che resta sordo e cieco davanti ai fatti”. “La popolazione dello Xinjiang ha approvato con tutto il cuore le misure della Cina per mantenere la stabilità. Pechino non mostrerà pietà per i terroristi e non risparmierà nessuna misura per proteggere la vita e la sicurezza delle persone”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang. “L’esperienza potrebbe essere presa in prestito in altri Paesi”, ha aggiunto. Il giornale statale della Cina, Global Times, ha dedicato un editoriale alla questione dei documenti rilasciati dal New York Times, affermando che l’articolo “manca di moralità” e accusando alcuni leader dell’Occidente di essere “desiderosi di vedere lo Xinjiang inghiottito da caos e violenza”. Pechino, secondo il quotidiano legato al Partito Comunista cinese, avrebbe adottato “misure decisive” nella regione per assicurarsi che non diventasse “un’altra Repubblica di Cecenia”.

Gli uiguri sono un’etnia turcofona di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina, soprattutto nella regione autonoma dello Xinjiang, insieme ai cinesi Han, e costituiscono la maggioranza relativa della popolazione della regione. Sin dagli anni ’90, i membri dell’etnia avevano avviato un’attività indipendentista, che tuttavia è sempre stata repressa dalla Repubblica Popolare Cinese. Pechino ha quindi attuato azioni di soppressione culturale, repressione religiosa e discriminazioni contro la popolazione. Migliaia di uiguri musulmani sono attualmente detenuti in quelli che la Cina ha definito “campi di rieducazione politica”, nella regione occidentale del Xinjiang. La Cina è accusata di aperte violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione uiguri, in particolare di torture ai danni dei detenuti e di controllo oppressivo della religione e della cultura uigure. Pechino, da parte sua, respinge tutte le denunce. Le autorità cinesi accusano di rimando gli estremisti separatisti in seno alla minoranza degli uiguri di ordire attacchi contro la maggioranza Han che vive nella restante parte territorio settentrionale di Xinjiang e in altre parti della Cina.

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Chiara Gentili

di Redazione

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