Proteste in Iran: più di 60 morti in una sola area

Pubblicato il 22 novembre 2019 alle 9:05 in Iran Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Una violenta ondata di proteste continua ad interessare l’Iran in diverse aree. Secondo quanto riferito da un’organizzazione per i diritti umani, nella sera del 21 novembre, più di 60 manifestanti sono morti ad Ahvaz, nel Sud-Ovest del Paese.

A detta dell’organizzazione, il regime iraniano ha trasformato tale area in una caserma militare, dove le forze di sicurezza hanno avviato una campagna di arresti e hanno chiuso le vie di accesso e di uscita delle città e dei villaggi della regione. La medesima fonte ha poi condannato l’impiego di una violenta repressione che ha causato veri e propri massacri. Pertanto, la comunità internazionale è stata esortata a chiedere a Teheran di inviare una commissione di inchiesta, in grado di portare i responsabili di tali violenze davanti alla giustizia.

La forte ondata di mobilitazione popolare in Iran ha avuto inizio il 15 novembre scorso e fa seguito alla decisione governativa, annunciata a sorpresa poco prima dello scoppio delle proteste, di imporre forti rincari sui prezzi del petrolio. L’obiettivo di Teheran è razionare le scorte del Paese, la cui economia è stata colpita dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti.

Sono circa cento le città e le regioni irachene che hanno assistito a proteste, a cui hanno partecipato decine di migliaia di manifestanti. In un discorso tenuto durante una riunione governativa, volta a definire i dettagli della decisione relativa all’aumento dei prezzi di carburante, il presidente, Hassan Rouhani, ha affermato che il governo aveva avanti a sé tre opzioni per affrontare la difficile situazione economica del Paese. La prima, aumentare le tasse, la seconda, esportare petrolio e la terza, aumentare i prezzi della benzina.

La scelta è ricaduta sulla terza opzione. Nello specifico, il rincaro dei prezzi è pari al 50% per i primi 60 litri, e ammonta al 300% su qualsiasi soglia superiore.  L’economia iraniana è stata colpita, a partire da maggio 2018, da nuove ondate di sanzioni volute dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, dopo che gli Stati Uniti si sono unilateralmente ritirati dall’accordo sul nucleare, il Joint Comprehension Plan of Action (JCPOA), l’8 maggio 2018.

Amnesty International ha riferito, il 19 novembre, che la forte ondata di manifestazioni ha causato la morte di 106 manifestanti in 21 città del Paese, mentre per i media iraniani ufficiali sono state soltanto 11 le persone uccise, tra cui anche membri delle forze di sicurezza. Successivamente, fonti dell’opposizione hanno riferito del ritrovamento di più di 150 corpi di manifestanti deceduti in tutto il Paese.

Un’agenzia locale ha riportato che sono state decine le persone arrestate per aver incoraggiato la popolazione a manifestare, in particolare a Kerman, Khorasan e nella regione del Kurdistan. Diversi anche gli studenti detenuti per aver preso parte alle proteste nelle medesime regioni. Secondo fonti locali, 9 sono stati rilasciati fino ad ora. Il rettore dell’Università di Teheran ha riferito di star seguendo personalmente i dossier relativi agli studenti universitari arrestati, ma non ne ha specificato il numero.

Dal canto suo, l’Unione Europea ha invitato le forze di sicurezza iraniane ad esercitare la massima moderazione nell’affrontare le proteste. In una dichiarazione, l’UE ha condannato l’uso della violenza e ha chiesto che i manifestanti possano manifestare pacificamente, garantendo loro la libertà di espressione e il diritto di riunirsi. Per l’Europa, è necessario fare fronte alle sfide sociali ed economiche del Paese attraverso un dialogo inclusivo e non attraverso la violenza.

La nuova ondata di mobilitazione degli ultimi giorni rappresenta un pericolo politico per il presidente Rouhani, alla luce delle elezioni previste per febbraio 2020, e dimostra il malcontento della popolazione, pari a circa 80 milioni, che ha visto i propri risparmi esaurirsi e scarse opportunità di lavoro. Anche nel mese di gennaio 2018 l’Iran era stato interessato da una violenta ondata di mobilitazione popolare, come reazione alle condizioni di vita precarie, alla corruzione dilagante e all’aumento dei prezzi di benzina e risorse alimentari. 

 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.