Israele: tre le accuse per Netanyahu

Pubblicato il 22 novembre 2019 alle 9:54 in Israele Medio Oriente

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Il primo ministro uscente di Israele, Benjamin Netanyahu, è stato formalmente incriminato, il 21 novembre, con le accuse di frode, corruzione e abuso d’ufficio.

Si tratta del primo caso nella storia di Israele in cui un premier è accusato di reati penali. La decisione potrebbe porre fine alla carriera di Netanyahu, il cui governo è considerato il più longevo del Paese. La fase di udienze aveva avuto inizio il 2 ottobre scorso, in un momento in cui il primo ministro era stato incaricato di formare un nuovo esecutivo per il proprio Paese, alla luce del risultato raggiunto con le elezioni del 17 settembre. Da parte sua, Netanyahu ha negato fin da subito tutte le accuse, ritenendole uno stratagemma mediatico impiegato da chi vuole ostacolare la propria salita al governo. In particolare, il primo ministro israeliano ha parlato di “tentato colpo di Stato” e di “cospirazione”, sottolineando come si sia dedicato nel corso della propria vita al suo Paese e come le indagini condotte siano state inquinate.

Il procuratore generale israeliano, Avichai Mandelblit, aveva annunciato le accuse contro Netanyahu nel mese di febbraio scorso. Queste riguardano tre casi. Il primo è noto come “Caso 1000”, dove il premier è accusato di abuso d’ufficio. In particolare, Netanyahu avrebbe ricevuto, tra il 2007 ed il 2016, da miliardari oltreoceano, regali dal valore di circa 240.000 dollari, comprendenti sigari, champagne, gioielli e altro. In cambio, vi sarebbero state agevolazioni fiscali per gli imprenditori mittenti dei regali.

Il “Caso 2000” vede il premier impegnato in presunte negoziazioni con Arnon “Noni” Mozes, il proprietario di uno dei maggiori quotidiani israeliani, Yedioth Ahronoth, volte ad ottenere maggiore copertura mediatica in cambio di una circolazione limitata del quotidiano gratuito rivale, Israel Hayom. Quest’ultimo è di proprietà di un donatore di destra, Sheldon Adelson, considerato un portavoce del premier.

Infine, il caso considerato più rilevante è il “Caso 4000”, riguardante la relazione tra Netanyahu e l’azienda di telecomunicazioni Bezeq. Il premier avrebbe offerto regolarmente benefici dal valore di circa 280.000 milioni di dollari, in cambio della pubblicazione di notizie a proprio favore su Walla News!, un quotidiano online. Inoltre, al centro delle indagini relative a tale caso vi è anche la fusione tra Bezeq e il gruppo televisivo YES, del 2015, quando Netanyahu era al Ministero delle Comunicazioni. I procuratori accusano il premier di essersi fatto corrompere per modificare la legislazione a favore di Bezeq, consentendo a quest’ultima di guadagnare ingenti somme.

Dopo aver inoltrato la documentazione al presidente della Knesset, Yoel Edelstein, Netanyahu avrà 30 giorni di tempo per richiedere l’immunità parlamentare. Potrebbero, però, volerci mesi prima che uno dei casi giunga in tribunale. Se condannato, Netanyahu potrebbe far fronte a 10 anni di reclusione per i casi di corruzione e 3 anni per le altre due accuse. Secondo quanto previsto dalla legge, il premier non è obbligato a lasciare il proprio incarico fino a quando non verrà ufficialmente accusato e sentenziato.

Tuttavia, tale episodio giunge in un momento particolare per il Paese, che sta assistendo ad una fase di stallo politico, dovuta all’assenza di un esecutivo e alle difficoltà incontrate nel formarlo sia da Netanyahu sia dal suo rivale, Benny Gantz. Quest’ultimo, il 20 novembre, a poche ore dalla scadenza stabilita, ha annunciato di non essere riuscito a formare un nuovo esecutivo per Israele e il governo sarà probabilmente costretto ad indire nuove elezioni. Queste sarebbero le terze da aprile 2019. Prima di ritornare alle urne, vi è, però, un’altra strada da poter intraprendere. Nello specifico, uno dei 120 membri della Knesset dovrebbe raggiungere 61 firme da parte degli altri deputati, dopodiché avrà 14 giorni per formare un nuovo esecutivo.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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