Libano: la Magistratura risponde alle richieste del popolo

Pubblicato il 21 novembre 2019 alle 11:08 in Libano Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Nella cornice di una grande mobilitazione della popolazione libanese, tre ministri sono stati accusati di spreco di denaro pubblico e appropriazione indebita di fondi pubblici.

L’ondata di manifestazioni ha avuto inizio il 17 ottobre scorso. I manifestanti libanesi richiedono le dimissioni dell’attuale governo, elezioni anticipate con l’abbassamento dell’età degli elettori a 18 anni, e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere. Inoltre, è stata proposta la formazione di un governo tecnocratico, formato da esperti in grado di attuare le riforme di cui necessita il Paese. Uno dei primi risultati di tali proteste è stato rappresentato dalle dimissioni del premier Saad Hariri, del 29 ottobre.

Ora anche la Magistratura libanese ha cominciato a mostrare segnali volti a rispondere alle richieste dei cittadini libanesi, a detta di agenzie locali e fonti giudiziarie. Nello specifico, secondo quanto riportato, il ministro dell’Informazione del governo ad interim e due ex ministri delle Comunicazioni dovranno affrontare un processo, con l’accusa di spreco di denaro pubblico.

Secondo quanto riferito anche dal procuratore generale, al-Mali Ali Ibrahim, si tratta di Jamal al-Jarah, Nicolas Sahnawi e Boutros Harb. Si prevede che la loro causa sarà assegnata ad una commissione speciale, il Consiglio supremo, formata recentemente con l’obiettivo di individuare e portare davanti alla giustizia gli alti funzionari, inclusi presidenti e ministri, accusati di corruzione o altri reati.

Da un lato, al-Jarah ha affermato che il procuratore generale non è legalmente autorizzato a sottoporre il caso al Consiglio, in quanto tale mossa richiede l’approvazione di due terzi dei membri del Parlamento. Dall’altro lato, Sahnawi ha dichiarato: “Sono pronto a comparire dinanzi alla Magistratura competente, fiducioso che non vi saranno errori nell’esercizio delle attività pubbliche al servizio del mio Paese”.

Si tratterebbe dei primi tre casi affrontati dalla Magistratura libanese contro funzionari di alto livello, sin dall’inizio dei disordini che stanno tuttora interessando il Paese, nati sia dal peggioramento delle condizioni economiche sia dalla rabbia della popolazione verso una classe dirigente considerata “saccheggiatrice” delle risorse statali e, di conseguenza, responsabile della crisi del Paese.

Nel frattempo, nella giornata del 20 novembre, la popolazione è scesa per le strade del Nord del Libano per il 35esimo giorno consecutivo. In mattinata, le forze di sicurezza hanno rilasciato 12 manifestanti, arrestati a seguito di scontri con la polizia antisommossa nella piazza Riyad El Soloh, nel centro di Beirut. Qui, i cittadini, sin dalla sera del 19 novembre, avevano provato a fare irruzione nella sede della Camera dei Rappresentanti. Scuole, università e banche hanno invece ripreso a funzionare in gran parte del Paese, dopo giorni di sciopero.

La causa diretta che ha portato migliaia di cittadini libanesi a scendere in piazza è un piano governativo che prevede l’imposizione di una nuova tassa, dal valore di circa 20 centesimi di dollari USA, relativa all’applicazione di messaggistica istantanea WhatsApp. Sebbene alcuni abbiano definito l’ondata di proteste “La rivoluzione di WhatsApp”, si tratta di un punto di svolta dopo mesi di malcontento popolare, causato dall’incapacità del governo di far fronte al debito pubblico e risolvere le problematiche nate a livello economico.

 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.