Iraq: migliaia di manifestanti ancora in piazza

Pubblicato il 21 novembre 2019 alle 15:26 in Iraq Medio Oriente

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Fonti mediche irachene hanno rivelato al quotidiano al-Araby al-Jadeed che, dall’alba di giovedì 21 novembre, 2 manifestanti sono stati uccisi e circa altri 40 sono rimasti feriti nel centro di Baghdad, nel quadro della perdurante ondata di proteste.

La capitale irachena e altre città del Sud e del centro del Paese continuano ad assistere ad una mobilitazione popolare su larga scala, che coinvolge circa un milione di cittadini. Sin dal 1° ottobre scorso, il popolo iracheno è sceso in piazza per richiedere le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione, che porti davanti alla giustizia responsabili e imputati dal 2003 ad oggi, sul modello del tribunale del precedente regime.

Dopo circa due settimane di pausa, in occasione della commemorazione del martirio dell’Imam Husayn a Karbala, le proteste sono riprese il 25 ottobre scorso e da allora non si sono ancora placate, giungendo, il 21 novembre, alla quinta settimana consecutiva. Secondo quanto riferito dagli attivisti di Karbala, Bassora, Dhi Qar e Maysan, i governatorati maggiormente segnati dagli sconvolgimenti, continuano ad essere migliaia i manifestanti nelle tende e nei campi allestiti nelle piazze principali, nonostante le basse temperature. Tra i partecipanti vi sono anche numerosi studenti di scuole e università. A Bassora, i cittadini hanno bloccato la strada principale di passaggio tra l’Iraq e il Kuwait, mentre diversi sono i centri istituzionali occupati nella capitale e nelle altre città.

A Baghdad, nella mattina del 21 novembre, sono altresì ripresi gli scontri tra le forze dell’ordine ed i manifestanti, dopo che questi ultimi hanno provato ad attraversare il ponte al-Sanak, che conduce alla Green Zone, un’area fortificata sede di ambasciate e istituzioni e considerata il simbolo della classe politica al potere. I membri della sicurezza hanno impiegato nuovamente gas lacrimogeni e gli scontri hanno causato 2 morti. Uno scenario simile si è verificato, nella sera del 20 novembre, nel governatorato di Dhi Qar, dove è stata fatta esplodere una granata stordente, senza causare vittime.

I manifestanti continuano a mostrare la loro determinazione, affermando di essere stati privati dei loro diritti che, pertanto, desiderano riconquistare. Un attivista civile intervistato, Jamal al-Saadi, ha affermato che l’unico modo per placare le manifestazioni è soddisfare le richieste dei cittadini e che pioggia, freddo, proiettili ed esplosivi hanno soltanto consolidato la loro determinazione. “Le piazze dei sit-in sono diventate le nostre case” ha affermato Jamal, evidenziando come da 16 anni il Paese soffra a causa dai partiti al potere.

I due cicli di proteste hanno causato la morte di almeno 315 manifestanti, secondo fonti mediche, mentre sono stati circa 25.000 gli agenti di sicurezza arruolati, inclusi membri dell’esercito, della polizia antisommossa e della polizia federale.

Si tratta delle maggiori proteste contro il governo del premier Adel Abdul Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima del suo inizio, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile.

L’Iraq ha lottato per riprendersi dalla sua battaglia contro l’ISIS, durata dal 2014 al 2017. Tuttavia, il sistema “quote” e la corruzione dilagante nel Paese, così come l’abuso di potere e la presenza ai vertici di alcuni partiti religiosi e delle milizie, continuano a ostacolare l’istituzione e il funzionamento dello Stato in modo efficace e rapido. Non da ultimo, le istituzioni e le infrastrutture irachene devono ancora riprendersi da decenni segnati da combattimenti settari, occupazione straniera, invasione degli Stati Uniti, sanzioni internazionali e guerre con i propri vicini.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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