Proteste in Iran: per Amnesty sono almeno 106 i morti

Pubblicato il 20 novembre 2019 alle 16:45 in Iran Medio Oriente

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Il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato, il 20 novembre, che, dopo giorni di violente proteste, il nemico è stato sconfitto.

La dichiarazione è giunta dopo che l’organizzazione Amnesty International ha riferito, il 19 novembre, che la forte ondata di manifestazioni, che sta interessando l’Iran dal 15 novembre scorso, ha causato la morte di 106 manifestanti in 21 città del Paese, mentre per i media iraniani ufficiali sono state soltanto 11 le persone uccise, tra cui anche membri delle forze di sicurezza. Amnesty ha riferito che il bilancio, secondo alcuni report, potrebbe salire addirittura a 200, a causa delle forti azioni repressive messe in atto dalle forze di sicurezza.

Secondo un ricercatore dell’organizzazione, Raha Bahreini, il bilancio calcolato si basa su informazioni ricavate dai racconti di testimoni presenti sul posto, da attivisti per i diritti umani e da giornalisti locali. “Le informazioni ottenute rivelano un quadro orribile derivante da uccisioni illegali nel Paese” sono state le parole di Bahreini.

La forte ondata di mobilitazione popolare fa seguito alla decisione governativa, annunciata a sorpresa poco prima dello scoppio delle proteste, di imporre forti rincari sui prezzi del petrolio. L’obiettivo di Teheran è razionare le scorte del Paese, la cui economia è stata colpita dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti.

In un discorso trasmesso dalla televisione di Stato iraniana, Khamenei ha affermato che, negli ultimi giorni, il nemico è stato allontanato dall’”arena militare, politica e della sicurezza pubblica”, con riferimento ad avversari a livello internazionale, tra cui gli stati Uniti, definiti “teppisti”. Pertanto, ha sottolineato il leader supremo, Teheran costringerà i nemici a ritirarsi dalla cosiddetta “guerra economica”.

Sono circa cento le città e le regioni irachene che hanno assistito a proteste, a cui hanno partecipato decine di migliaia di manifestanti. In un discorso tenuto durante una riunione governativa, volta a definire i dettagli della decisione relativa all’aumento dei prezzi di carburante, il presidente, Hassan Rouhani, ha affermato che il governo aveva avanti a sé tre opzioni per affrontare la difficile situazione economica del Paese. La prima, aumentare le tasse, la seconda, esportare petrolio e la terza, aumentare i prezzi della benzina.

La scelta è ricaduta sulla terza opzione. Nello specifico, il rincaro dei prezzi del petrolio è pari al 50% per i primi 60 litri, e ammonta al 300% su qualsiasi soglia superiore.  L’economia iraniana è stata colpita, a partire da maggio 2018, da nuove ondate di sanzioni volute dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, dopo che gli Stati Uniti si sono unilateralmente ritirati dall’accordo sul nucleare, il Joint Comprehension Plan of Action (JCPOA), l’8 maggio 2018.

La nuova ondata di mobilitazione degli ultimi giorni rappresenta un pericolo politico per il presidente Rouhani, alla luce delle elezioni previste per febbraio 2020, e dimostra il malcontento della popolazione, pari a circa 80 milioni, che ha visto i propri risparmi esaurirsi e scarse opportunità di lavoro. Anche nel mese di gennaio 2018 l’Iran era stato interessato da una violenta ondata di mobilitazione popolare, come reazione alle condizioni di vita precarie, alla corruzione dilagante e all’aumento dei prezzi di benzina e risorse alimentari.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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