La Turchia completerà il rimpatrio dei detenuti dell’ISIS entro fine anno

Pubblicato il 19 novembre 2019 alle 13:43 in Medio Oriente Turchia

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Entro la fine dell’anno, la Turchia avrà rimpatriato la maggior parte dei detenuti dello Stato Islamico nei loro Paesi d’origine, secondo quanto ha dichiarato il ministro degli Interni di Ankara. 

La notizia è arrivata il 19 novembre, 8 giorni dopo l’inizio dei rimpatri. “Il numero di detenuti da rimpatriare entro la fine dell’anno dipende da quanto tempo impiegano i processi, ma soprattutto per l’Europa, il processo è in corso”, ha affermato Suleyman Soylu all’agenzia di stampa Reuters. “Penso che avremo inviato gran parte di loro nei loro paesi entro la fine dell’anno”, ha aggiunto. L’11 novembre, le autorità turche hanno iniziato a rimandare i detenuti dello Stato Islamico nei loro Paesi di origine, con l’espulsione di un cittadino tedesco e uno statunitense, degli oltre 1.200 combattenti dell’organizzazione terroristica sono rinchiusi nelle carceri turche. Il 15 novembre, la Turchia ha poi rimpatriato un gruppo di persone di nazionalità tedesca e inglese, che comprende 2 uomini, 4 donne e 1 bambino. 

Il ministero degli Interni turco ha comunicato che Washington ha accettato di riaccogliere l’uomo e che le autorità turche avevano avviato i procedimenti necessari. Gli Stati Uniti stanno lavorando a stretto contatto con la Turchia e la Grecia per risolvere il caso, ha dichiarato Nathan Sales, consulente antiterrorismo del Dipartimento di Stato USA, che ha sconsigliato di effettuare gesti come richiedere ai Paesi vicini di accettare i detenuti provenienti da un altro Stato. “La nostra opinione è che non è un’opzione pessima, non è un’opzione praticabile, chiedere ad altri Paesi della regione di far entrare combattenti stranieri di un altro Paese e perseguire il processo e la detenzione lì”, ha affermato Sales di fronte ai giornalisti. Ankara ha poi dichiarato che nei prossimi giorni manderà alcuni combattenti in Irlanda, Danimarca e Francia. La Turchia afferma di aver catturato 287 combattenti nel Nord-Est della Siria da quando ha avviato un’operazione transfrontaliera il 9 ottobre contro i combattenti curdi, denominata “Fonte di pace”. 

I campi controllati dai combattenti curdi nella Siria Nord-orientale ospitavano decine di migliaia di famiglie di membri dell’ISIS, tra cui 12.000 stranieri, 4.000 donne e 8.000 bambini. A questi si aggiungono centinaia di militanti dell’ISIS siriani e stranieri, anch’essi detenuti in prigione dopo aver giurato fedeltà allo Stato Islamico. Sei Paesi, tra cui Francia, Germania e Gran Bretagna, luogo di origine di gran parte dei combattenti detenuti nelle carceri curde, stavano valutando l’ipotesi di costituire un tribunale internazionale congiunto per giudicare tali casi, formato da giudici iracheni e provenienti da tutto il mondo. Tuttavia, istituire un tribunale di questo tipo potrebbe richiedere tempo e non incontrare l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre, la Turchia ha già autonomamente deciso di avviare i rimpatri. 

All’inizio della propria operazione nel Nord-Est della Siria, il 10 ottobre, Erdogan aveva minacciato l’Europa di aprire le porte verso il continente ai 3.6 milioni di rifugiati stranieri che si trovano in Turchia. La dichiarazione faceva seguito all’opposizione di Paesi europei all’offensiva in Siria, e faceva leva sul mancato impegno dell’Europa nel fornire gli aiuti promessi per la questione dei rifugiati. In base a un accordo firmato nel 2016, l’UE ha promesso ad Ankara 6 miliardi di euro in cambio di misure più severe per impedire ai rifugiati di lasciare la Turchia, ma Erdogan ha dichiarato che finora il suo Paese ha ricevuto solo 3 miliardi di euro.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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