La tragedia delle grandi potenze: esce il capolavoro di Mearsheimer sulla sicurezza internazionale

Pubblicato il 19 novembre 2019 alle 11:39 in USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

tragedia_delle_grandi_potenze_copertina

 

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione di Alessandro Orsini al libro di Mearsheimer.

John Mearsheimer è uno dei maggiori teorici delle relazioni internazionali e il realismo “offensivo” è la teoria strutturale che applica nei suoi libri, di cui La tragedia delle grandi potenze, pubblicato per la prima volta nel 2001, è il più importante.

Questa premessa è essenziale.

Mearsheimer pensa infatti che, per ridurre la complessità del mondo, sia necessaria una teoria attraverso cui selezionare gli eventi per porli in relazione di causa-effetto: “Le teorie – come ama ripetere – sono semplificazioni della realtà”. Ne consegue che qualunque introduzione al pensiero di Mearsheimer richiede di chiarire l’assunto fondamentale alla base del realismo offensivo e cioè che il sistema internazionale è retto da una struttura di tipo anarchico che condanna gli Stati a preparare la guerra per ridurre il rischio di essere attaccati. Gli apparati militari degli Stati sono noti, ma non le loro intenzioni. Anche quando queste sono pacifiche, possono cambiare, come dimostra il caso dell’Iran, con cui Obama aveva promosso la distensione, culminata negli accordi sul programma nucleare, entrati in vigore nel gennaio 2016 e cancellati nel maggio 2018 da Trump. E così l’Iran, nel volgere di pochi mesi, è passato dalla prospettiva della pace con gli Stati Uniti a quella della guerra, e dal ritiro delle sanzioni alla loro reintroduzione. Dal momento che non esiste alcuna autorità che sieda al di sopra degli Stati, non c’è nessun “guardiano notturno” (nightwatchman) a cui gli Stati possano telefonare nella notte e dirgli: “Vieni a salvarmi”, per utilizzare la metafora impiegata da Mearsheimer nelle sue lezioni sul realismo.

Il pericolo della guerra è ineliminabile, non a causa della natura umana, come scriveva Hans Morgenthau, ma a causa dell’architettura del sistema internazionale.   

Questo scatena la competizione per la sicurezza, che spinge gli Stati a lottare per aumentare continuamente la propria quota di potere nel sistema internazionale. Il dilemma della sicurezza – che John Hertz aveva esposto in un articolo del 1950 – chiarisce la logica di base del realismo. Gli Stati, temendosi a vicenda, cercano di accrescere il proprio potere. Nel far ciò, rendono insicuri gli altri Stati, i quali reagiscono impiegando la stessa strategia offensiva. Accade così che uno Stato, nel tentativo di dissuadere i governi da eventuali attacchi, materializzi quegli stessi pericoli da cui vorrebbe preservarsi. Gli Stati, per utilizzare l’esempio di Thomas C. Schelling, sono spesso nella condizione del proprietario di casa che, nel cuore della notte, si trovi faccia a faccia con uno scassinatore. Se entrambi sono armati, c’è il rischio di una sparatoria che nessuno vorrebbe scatenare. È un effetto non desiderato. Ciò che è realmente decisivo non è la volontà dei singoli attori, ma l’intenzione che ognuno attribuisce all’altro, a causa della situazione di pericolo che scandisce il ritmo dell’interazione. Mearsheimer ha paragonato la struttura delle relazioni internazionali a una “gabbia di ferro” (iron cage), di cui gli Stati sarebbero prigionieri. Ecco in che cosa consisterebbe la “tragedia” delle grandi potenze: anche quando ambiscono alla pace, gli Stati passano gran parte del loro tempo nel vortice delle profezie che si auto-avverano perché vivono nel timore di essere attaccati. Lo sforzo costante di avanzare a spese degli altri per massimizzare la propria sicurezza caratterizza anche le potenze minori, come l’Italia.

Secondo questo schema interpretativo, il sentimento della paura, che scaturisce dall’anarchia del sistema internazionale, gioca un ruolo ben più importante delle dottrine economiche o politiche professate dagli Stati, e il caso dell’Italia lo conferma. Dopo avere esaminato la politica estera dell’Italia dal 1961 fino alla disfatta nella seconda guerra mondiale, Mearsheimer, nel sesto capitolo, giunge alla conclusione che l’Italia liberale e l’Italia fascista avevano le stesse tendenze aggressive e la stessa sete di dominio: “In sintesi, Mussolini, così come i suoi predecessori liberali, fu un incorreggibile espansionista” (relentless expansionist). Allo stesso modo, che la Cina sia democratica o autoritaria, inserita nell’economia globale o autarchica, conta poco. La Cina, grazie alla crescita economica, che si traduce in maggiori spese nel settore militare, è destinata ad aumentare il proprio potere relativo e questo crea una rivalità inevitabile con gli Stati Uniti. Come tutte le potenze ascendenti, la Cina è “revisionista”. Diventando sempre più ricca e influente, esige che il sistema internazionale venga riorganizzato in base alla sua accresciuta potenza. Rischia di scattare, in tal modo la “trappola di Tucidide”, per citare il libro di Graham Allison, ovvero la dinamica mortale che s’innesca quando una potenza ascendente minaccia di scalzare una potenza dominante. Allison ha identificato sedici casi, negli ultimi cinquecento anni, in cui si è verificato uno scenario analogo e ha trovato che l’esito è stato la guerra in dodici casi su sedici.

È detto “realismo offensivo” per distinguerlo dal “realismo difensivo” […]

tragedia_delle_grandi_potenze_copertina

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.