La crisi nascosta tra Stati Uniti e Corea del Sud

Pubblicato il 19 novembre 2019 alle 15:45 in Corea del Sud Il commento

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La Corea del Nord è diventato un buon affare per Trump. Il fatto che Kim Jong-un abbia acquisito la bomba atomica consente a Trump di trasformare l’esercito americano in una “guardia privata” da pagare in cambio di protezione. Trump sta infatti chiedendo alla Corea del Sud, che formalmente è ancora in guerra con la Corea del Nord, di sborsare una quantità enorme di denaro per pagare i soldati americani. Più precisamente, chiede che il governo di Seul aumenti la sua spesa del 500% nel 2020. Una simile richiesta ha provocato la reazione indispettita della Corea del Sud, grande alleato americano. Uno di quegli alleati, tanto per capirci, che ha consentito agli Stati Uniti di diventare la potenza egemone nell’Oceano Pacifico dopo la seconda guerra mondiale. A quei tempi, gli Stati Uniti chiedevano per favore di poter mantenere le proprie truppe nei Paesi stranieri. Oggi, lo considerano un favore per gentile concessione.

L’obiezione dei sud-coreani è proprio questa: essi respingono l’accusa di essere “scrocconi” e replicano che gli Stati Uniti hanno fatto un favore innanzitutto a se stessi a stazionare in Corea del Sud per tutti questi anni. Parole che cadono nel vuoto perché Trump è un maestro di realismo e, quindi, di cinismo. Da una parte, impedisce che la Corea del Nord firmi un trattato di pace con la Corea del Sud e tiene in vita le sanzioni per impedire una vera distensione. Dall’altra, non assume nessuna iniziativa concreta per arrestare la corsa alle armi della Corea del Nord che rende la Corea del Sud sempre più timorosa e bisognosa di protezione. Basti sapere che, nel 2019, Kim Jong-un ha effettuato ben 24 lanci missilistici sotto gli occhi di Trump e in violazione delle risoluzioni dell’Onu.

È stato peraltro Trump a voler incontrare il dittatore nord-coreano a Singapore, il 12 giugno 2018, accreditandolo come leader mondiale. Sotto Trump, Kim Jong-un ha visto crescere il proprio peso mondiale, che adesso opprime la Corea del Sud come una corda al collo. Mark Esper, segretario alla difesa, si è dovuto recare a Seul per placare gli animi. Molti leader sud-coreani si stanno infatti domandando se valga la pena di rinnovare l’alleanza storica con gli Stati Uniti. La loro vera paura è che Trump abbia richiesto una cifra altissima nella speranza di ottenere un rifiuto e avere così il pretesto per ritirare i soldati dalla Corea del Sud. Trump ha infatti affermato di avere una linea politica generale – ciò che gli americani chiamano “grande strategia” – che ambisce a rimpatriare i soldati che stazionano all’estero: Siria e Afghanistan, in testa. Più che una grande strategia, quella di Trump ha l’aspetto di una “piccola filosofia” per guadagnare soldi o risparmiarli.

Come tutte le filosofie, non tiene in gran considerazione le situazioni particolari. Una cosa è ritirare i soldati dall’Europa, ormai in grado di difendersi da sola; altro è ritirarli dall’Afghanistan, dove i talebani non avrebbero grandi difficoltà a paralizzare il governo democratico di Kabul o magari a rovesciarlo. Non sembra molto strategico riconsegnare l’Afghanistan a un movimento ancora legato ad al Qaeda, dopo una guerra durata diciotto anni. Per non parlare della Corea del Sud, che sarebbe costretta a trovare un nuovo protettore nella Cina o nella Russia. Questo aiuta a comprendere la reazione preoccupata di tanti deputati repubblicani e democratici, i quali stanno vivendo con apprensione la reazione della Corea del Sud all’esosa richiesta.

Trump ha chiesto 4,7 miliardi di dollari alla Corea del Sud nel giorno in cui la Corea del Nord dichiara di essere furiosa per l’ultima esercitazione militare congiunta tra americani e sud-coreani, alla quale intende rispondere con la forza. Molti capi di Stato sperano che Trump non venga rieletto. In realtà, il problema è più complesso di come appare. Il successore di Trump potrebbe ribadire la sua linea. La volontà di ridurre le spese per i soldati all’estero è condivisa da milioni di americani di ogni orientamento. È un’idea radicata anche nelle migliori università americane. Sono anni che il politologo John Mearsheimer, autore del bellissimo libro “La tragedia delle grandi potenze”, in uscita per Luiss University Press, chiede di riportare tantissimi soldati a casa per risparmiare soldi da investire sul territorio americano. Mearsheimer non è un seguace di Trump, eppure crede nel rimpatrio.

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Alessandro Orsini

di Redazione

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