Iraq: concessi 45 giorni per attuare riforme

Pubblicato il 19 novembre 2019 alle 9:03 in Iraq Medio Oriente

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Dodici partiti politici iracheni hanno affermato di aver firmato un documento in cui vengono concessi al primo ministro, Adel Abdul Mahdi, e al presidente del Parlamento, Mohammed al-Halbousi, 45 giorni per mettere in atto riforme politiche ed economiche che siano all’altezza delle richieste dei manifestanti.

In particolare, l’accordo include un rimpasto di governo, la formazione di una nuova commissione elettorale, misure nell’ambito della lotta alla corruzione, la modifica della legge elettorale per i Parlamenti ed i Consigli provinciali ed emendamenti costituzionali. In particolare, le commissioni elettorali dovranno prevedere la partecipazione di rappresentanti del popolo e la Camera dei rappresentanti dovrà attuare entro la fine del 2019 le riforme richieste dalla popolazione irachena in ambito politico ed economico.

Nel caso in cui Mahdi e al-Halbousi non saranno in grado di realizzare le riforme richieste entro la fine del 2019, i due rappresentanti dovranno dimettersi e verranno indette elezioni anticipate. Non da ultimo, il premier ed il presidente del Parlamento sono stati altresì esortati a identificare i responsabili dell’uccisione e del rapimento dei manifestanti durante l’ondata di proteste e chi ha preso di mira i media. Azioni fortemente condannate. Inoltre, dovranno essere processati coloro che sono accusati di corruzione, indipendentemente dal loro ruolo e posizione.

Il documento è nato nella tarda serata del 18 novembre, da una riunione del Movimento per la saggezza nazionale, Tayar al-Hikmah, una coalizione politica nata nel 2018, e organizzata dal suo leader, Ammar al-Hakim. Tra i principali firmatari dell’accordo vi sono l’alleanza islamico-democratica al-Nasr, guidata dall’ex primo ministro Haider al-Abadi, l’alleanza Fatah, al-Hikmah, due partiti curdi ed alcuni blocchi sunniti.

Il nuovo accordo scaturisce da una forte ondata di proteste ripresa in Iraq a partire dal 25 ottobre scorso, dopo circa due settimane di tregua. Le manifestazioni hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. I due cicli di proteste hanno causato la morte di almeno 315 manifestanti, secondo fonti mediche. La commissione per i diritti umani del parlamento iracheno ha confermato, il 12 novembre, che il bilancio delle vittime include 323 morti e 15mila feriti.

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima del suo inizio, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato fin da subito, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, con il proseguire delle manifestazioni, i cittadini hanno cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro e della classe politica al potere, con la conseguente indizione di elezioni anticipate e un rimpasto di governo.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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