Gli USA cambiano opinione sulla legalità degli insediamenti israeliani

Pubblicato il 19 novembre 2019 alle 12:53 in Israele USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

In un cambio di rotta, l’amministrazione Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti non considerano più gli insediamenti israeliani in Cisgiordania una violazione del diritto internazionale. Cosa vuol dire e che cosa è importante sapere. 

Tale decisione è stata annunciata dal segretario di Stato USA, Mike Pompeo, il 18 novembre. Secondo quanto riferisce il New York Times si tratta dell’ultimo “regalo politico” dell’amministrazione Trump al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. La mossa statunitense arriva, infatti, in un momento di particolare instabilità politica in Israele. Netanyahu ha ufficialmente rinunciato, il 21 ottobre, all’incarico di formare un nuovo governo, conferitogli a seguito delle elezioni del 17 settembre. Anche precedentemente, dopo le elezioni del 9 aprile 2019, Netanyahu non era stato in grado di formare una coalizione per governare, nonostante il suo partito, il Likud, insieme ad alcuni alleati di destra, potesse raggiungere la maggioranza dei seggi. Questa situazione aveva portato il parlamento, il 30 maggio, a indire nuove elezioni. Alle elezioni di settembre, il partito di Benny Gantz, il Blue and White di centro-destra, è risultato vincitore con 33 seggi, rispetto ai 31 di Likud. Gantz ha tempo fino alla notte del 20 novembre per trovare una maggioranza nel parlamento israeliano o rinuncerà alla possibilità di formare un nuovo governo. Nell’ultimo caso, saranno indette nuove elezioni. Sarebbero le terze da aprile 2019.

In passato gli Stati Uniti hanno definito gli insediamenti israeliani in Cisgiordania come illegittimi. Il documento ufficiale a sancire tale posizione è un parere legale del 1978, rilasciato dal Dipartimento di Stato USA, che concludeva che gli insediamenti erano incompatibili con il diritto internazionale. Nel cambiare totalmente questa posizione, Pompeo ha dichiarato che tale sentenza “non ha fatto avanzare la causa della pace”. A poche ore dall’annuncio, il Dipartimento di Stato USA ha emesso un comunicato per i cittadini statunitensi che intendono recarsi a Gerusalemme, in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza, avvertendoli del pericolo di eventuali ritorsioni. Da parte sua, Netanyahu ha elogiato la decisione e ha affermato che questa rifletteva “verità storica, cioè che il popolo ebraico non è un colonialista straniero in Giudea e Samaria”. Il premier israeliano ha utilizzato, anche in questa occasione, i nomi biblici della regione per fare riferimento alla Cisgiordania. Netanyahu ha poi aggiunto che i tribunali israeliani sono più adatti a decidere della legalità degli insediamenti, rispetto a “forum internazionali distorti che non prestano attenzione alla storia o ai fatti”.

Gantz, che gode del sostegno della sinistra israeliana e di alcuni deputati palestinesi-israeliani, ha accolto con pacatezza l’annuncio e ha affermato che il destino degli insediamenti in Cisgiordania “dovrebbe essere determinato da accordi che soddisfino i requisiti di sicurezza e che possano promuovere la pace”. Le autorità palestinesi, invece, hanno dichiarato che si trattava dell’ennesimo oltraggio. “Non possiamo esprimere orrore e shock perché si tratta di uno schema noto, ma ciò non lo rende meno orribile”, ha dichiarato Hanan Ashrawi, un veterano dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. “Invia un chiaro segnale che gli Stati Uniti hanno totale disprezzo per il diritto internazionale, per ciò che è giusto e per la pace”, ha aggiunto. Saeb Erekat, il principale negoziatore palestinese, ha affermato che la decisione dell’amministrazione Trump è l’ultima di una lista di “incessanti tentativi di sostituire il diritto internazionale con la legge della giungla”.

La Cisgiordania è considerata un territorio sotto occupazione militare da parte di Israele ed è quindi soggetto alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Tale status è stato riconosciuto ai territori palestinesi dalla comunità internazionale nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. Questo conflitto aveva visto la vittoria schiacciante di Israele, che da allora controlla i confini della Cisgiordania e la maggioranza del territorio in cui vive la popolazione palestinese. Nonostante ciò, Israele rifiuta la definizione dei territori palestinesi come occupati e sostiene che in tali aree non si possa applicare il diritto internazionale di guerra, in riferimento alla Convenzione di Ginevra. Il riconoscimento dell’occupazione precluderebbe ad Israele un’eventuale futura annessione dei territori.

Al momento, i territori palestinesi sono regolati dagli Accordi di Oslo del 1993, che sanciscono che la Cisgiordania è divisa in 3 settori amministrativi: le aree A, B e C. L’area A è sotto il pieno controllo civile dell’Autorità Palestinese e rappresenta circa il 18% della Cisgiordania. L’area B viene amministrata in modo congiunto da Israele e Palestina ed è circa il 22% del territorio palestinese. Infine, l’area C, sotto il pieno controllo israeliano, ammonta al 61% della Cisgiordania. Inoltre, in Israele esiste una legge che permette al governo di espropriare i terreni palestinesi appartenenti a privati, a fronte di un’indennità. Su questi terreni sono stati costruiti quelli che vengono definiti “insediamenti israeliani in Cisgiordania”.  Il 13 novembre 2016, il comitato ministeriale israeliano per la legislazione approvò all’unanimità la cosiddetta “legge di formalizzazione”, che permise di “legalizzare” retroattivamente gli avamposti in Cisgiordania, costruiti su terreni privati.

La questione degli insediamenti viene considerata uno dei principali ostacoli al raggiungimento un accordo di pace tra Israele e il popolo palestinese. Da parte sua, anche la comunità internazionale considera gli insediamenti illegali e una violazione della quarta Convenzione di Ginevra, secondo la quale è vietato che una potenza occupante trasferisca parte della propria popolazione in un territorio occupato. I palestinesi reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, tutti territori occupati da Israele nella guerra del 1967, per la costituzione di uno Stato indipendente. Cambiando la rotta seguita dai suoi predecessori, l’amministrazione Trump ha preso posizioni molto nette nel conflitto tra Israele e palestinesi. Questi ultimi hanno chiuso i loro legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre 2017, e ha trasferito la propria ambasciata in questa città. Gli Stati Uniti hanno anche azzerato il supporto all’agenzia delle Nazioni Uniti che supporta i palestinesi, tagliando aiuti per centinaia di milioni di dollari. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha ordinato la chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese a Washington.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.