Iraq: proteste no-stop

Pubblicato il 18 novembre 2019 alle 9:00 in Iraq Medio Oriente

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L’Iraq continua ad assistere ad una violenta ondata di proteste, ripresa il 25 ottobre scorso. Nella tarda serata di domenica 17 novembre, 3 proiettili di mortaio sono stati lanciati nella Green Zone di Baghdad.

Si tratta di un’area fortificata della capitale, sede di ambasciate e istituzioni governative, simbolo della classe politica al potere e, pertanto, uno dei luoghi nel mirino dei manifestanti iracheni. Questi ultimi sono riusciti a prendere il controllo di uno dei ponti che conduce all’area, al-Ahrar, e ciò ha portato a lanciare proiettili di mortaio. Al momento, non sono giunte notizie su eventuali vittime. Precedentemente, secondo fonti di sicurezza e mediche, un manifestante è stato ucciso e altri 32 sono rimasti feriti negli scontri sul ponte di al-Ahrar, dove le forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni e bombe sonore per impedire ai manifestanti di raggiungere la Green Zone.

Altri scontri hanno interessato il distretto di al-Rifai, nel governatorato di Dhi Qar, dove sono stati 4 i manifestanti feriti a seguito degli scontri con le forze dell’ordine. Nella giornata del 17 novembre, i cittadini iracheni sono riusciti a prendere il controllo di alcune aree della capitale, tra cui piazza al-Khalani e gli ingressi di due ponti. Inoltre, hanno continuato ad occupare l’entrata del ponte al-Jumhuriya e piazza Tahrir. Non da ultimo, uno sciopero indetto dal leader del movimento sadrista, Muqtada al-Sadr, ha paralizzato diverse città e province del Sud del Paese e ha dato nuovo slancio al movimento di protesta.

L’ondata di violente manifestazioni è ripresa a partire dal 25 ottobre scorso, dopo circa due settimane di tregua. Le proteste hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. I due cicli di proteste hanno causato la morte di almeno 269 manifestanti, secondo fonti mediche. La commissione per i diritti umani del parlamento iracheno ha confermato, il 12 novembre, che il bilancio delle vittime include 323 morti e 15mila feriti.

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier, Adel Abdul Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, già nel corso delle ultime manifestazioni, i cittadini avevano cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro e della classe politica al potere, con la conseguente indizione di elezioni anticipate.

In tale contesto, è del 17 novembre la notizia secondo cui un alto funzionario della Casa Bianca ha rivelato ad al-Arabiya che gli Stati Uniti imporranno sanzioni ai funzionari iracheni in caso di coinvolgimento nell’uso di eccessiva violenza contro i manifestanti civili.  Tali sanzioni includono il divieto di viaggio ed il congelamento delle loro proprietà, oltre all’interruzione degli aiuti militari. Il funzionario statunitense ha poi sottolineato che la situazione in Iraq è molto grave e che vi sono stati numerosi morti tra i gruppi più giovani. Pertanto, il sostegno di Washington alle richieste dei manifestanti avverrà attraverso l’assistenza medica.  

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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