Bolivia: l’ONU condanna azioni repressive delle forze di sicurezza

Pubblicato il 18 novembre 2019 alle 7:48 in America Latina Bolivia

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La grave crisi che sta attraversando la Bolivia dalle elezioni del 20 ottobre scorso ha suscitato grande preoccupazione presso l’Altro commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite per le “azioni repressive” delle forze di sicurezza. Le proteste che sconvolgono il paese hanno già causato 23 morti, secondo l’ultimo rapporto della Commissione interamericana per i diritti umani (CIDH). Ci sono state rivolte e atti di vandalismo, ma ci sono stati anche diversi episodi di repressione.

“Mentre i primi decessi si sono verificati come risultato di violenti scontri tra manifestanti rivali, i più recenti sembrano a derivare da un non necessario o eccessivo uso della forza da parte della polizia o dei militari” – ha dichiarato sabato 16 novembre attraverso un comunicato l’Alto Commissario, Michelle Bachelet.

La dichiarazione segue alcuni duri scontri tra manifestanti, polizia e militari che hanno provocato la morte di almeno nove coltivatori di coca nella provincia di Chapare. Le vittime sono decedute, afferma Bachelet, “presumibilmente a causa dell’uso di munizioni letali da parte delle forze di sicurezza”. Gli scontri si sono verificati quando i coltivatori di coca hanno cercato di attraversare un ponte per raggiungere la città di Cochabamba.

Sono davvero preoccupata che la situazione in Bolivia possa sfuggire a ogni controllo se le autorità non la gestiscono attentamente, in conformità con le norme e gli standard internazionali che regolano l’uso della forza e nel pieno rispetto dei diritti umani” – continua l’Alto Commissario.

Dopo le dimissioni dell’ex presidente Evo Morales, attualmente in Messico, la senatrice Jeanine Áñez è entrato in carica martedì scorso come presidente ad interim. Áñez ha nominato un governo provvisorio per “pacificare” il Paese e indire elezioni il più presto possibile. Mentre la data delle prossime elezioni è ancora da stabilire, le proteste non sono diminuite, né a La Paz, dove la sede del governo è blindata dall’esercito, né a Cochabamba o nelle aree di produzione della coca, feudi elettorali del deposto presidente.

“In una situazione come questa, le azioni repressive da parte delle autorità non faranno altro che alimentare questa rabbia e possono mettere in pericolo ogni possibile soluzione negoziale” – afferma Bachelet.

L’Esecutivo ad interim e il Movimento per il socialismo (MAS), la formazione di Morales al potere negli ultimi 14 anni, hanno provato questa settimana alcuni approcci, sebbene per ora senza progressi sostanziali. L’insediamento di Áñez è stato boicottato dal MAS in Parlamento, dove il partito ha ancora la maggioranza assoluta.

“Questa situazione non sarà risolta attraverso la forza e la repressione. Tutti i partiti hanno il diritto di far sentire la propria voce, una questione fondamentale per la democrazia. Esorto tutti gli attori, compresi i manifestanti, a rinunciare alla violenza per passare a una soluzione pacifica all’attuale crisi” – insiste l’Alto Commissario.

L’ esecutivo di Áñez accusa Morales e il suo partito di fomentare la violenza. La presidente, che è entrata in carica martedì senza una maggioranza parlamentare, sostiene che per la richiesta di elezioni con garanzie e trasparenza, alcune istituzioni devono essere rinnovate, a partire dal Supremo Tribunale elettorale, al centro delle polemiche sin da prima del voto e travolto poi dalle accuse di brogli  dopo le elezioni del 20 ottobre, certificate dalla relazione pubblicata domenica 10 novembre dall’Organizzazione degli Stati americani, che ha raccomandato un nuovo voto.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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