USA esortano gli Stati europei a rimpatriare i propri foreign fighters

Pubblicato il 17 novembre 2019 alle 6:49 in Europa USA e Canada

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Gli Stati Uniti stanno facendo pressione sull’Europa e sugli altri membri della coalizione internazionale anti-Isis affinché i vari Paesi si riprendano i rispettivi foreign fighters detenuti in Siria e in Iraq e li sottopongano a processo. Tale mossa, ha dichiarato il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, impedirà all’organizzazione dello Stato Islamico di riconquistare i suoi territori in Medio Oriente. Pompeo ha sottolineato che si tratta di una necessità inderogabile e ha specificato che migliaia di combattenti non possono restare impuniti per le tremende atrocità che hanno commesso. Molti dei foreign fighters attualmente detenuti provengono dall’Europa, ma diversi Paesi dell’Unione si sono rifiutati di riprenderseli e le divisioni interne alla coalizione anti-Isis sulla strategia migliore da adottare per affrontare la questione del loro rimpatrio sono ancora profonde. Le preoccupazioni americane sulla problematica dei foreign fighters sono aumentate da quando il presidente Donald Trump ha stabilito il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria. “L’impegno inizia con la realizzazione della giustizia contro coloro che lo meritano”, ha detto Pompeo. “I membri della coalizione devono riprendere in custodia i migliaia di combattenti terroristi stranieri e imporre loro la responsabilità delle atrocità che hanno commesso”, ha aggiunto.

Il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha affermato da parte sua che i membri della coalizione hanno bisogno di “sforzi più coordinati” per risolvere il problema dei combattenti stranieri e devono al più presto procedere ad addestrare efficacemente le forze locali per impedire la rinascita dello Stato islamico. “Se riesci a mettere le forze locali nella condizione di combattere contro il terrorismo da sole e a stabilizzare il Paese, a lungo termine questo sarà il modo migliore per combattere in generale il fenomeno”, ha detto in un’intervista riportata dal quotidiano The New Arab.

Pompeo ha anche rassicurato sull’impegno americano e ha affermato che gli Stati Uniti continueranno a guidare la coalizione. Il Segretario di Stato ha fatto notato che siano state proprio le forze statunitensi ad uccidere al-Baghdadi e il suo vice. “Chiedete loro se c’è un deficit della leadership americana nella lotta contro l’Isis”, ha detto Pompeo riferendosi all’organizzazione jihadista e sottolineando che gli Stati Uniti hanno ancora forze in Siria nonostante la recente offensiva turca. Le truppe rimaste, ha chiarito Pompeo, consentiranno agli Stati Uniti di mantenere la loro capacità di lanciare attacchi aerei sugli obiettivi dell’Isis e di proteggere i giacimenti petroliferi che i militanti avevano precedentemente occupato. Pompeo ha anche invitato i membri della coalizione internazionale a intensificare i finanziamenti per i progetti di soccorso e di ricostruzione promossi dalle Nazioni Unite in Iraq e in Siria, per consentire il ritorno di milioni di civili sfollati dopo anni di conflitto. In conclusione, il Segretario di Stato americano ha affermato che sarà fondamentale impedire all’Isis di espandere la sua influenza ad altre aree, in particolare alla regione del Sahel, in Africa occidentale, dove il gruppo “sta già superando le capacità dei governi regionali e internazionali di affrontare la minaccia “. “La lotta contro l’Isis è un impegno a lungo termine, una prova della civiltà contro la barbarie”, ha ribadito Pompeo.

In tale contesto, l’11 novembre, le autorità turche hanno iniziato a rimandare i detenuti dello Stato Islamico nei loro Paesi di origine. La Turchia afferma di aver catturato 287 combattenti nel Nord-Est della Siria da quando ha avviato un’operazione transfrontaliera il 9 ottobre contro i combattenti curdi, denominata “Fonte di pace”. I campi controllati dai combattenti curdi nella Siria Nord-orientale ospitavano decine di migliaia di famiglie e molti di questi erano membri dell’ISIS, tra cui 12.000 stranieri, 4.000 donne e 8.000 bambini. A questi si aggiungono centinaia di militanti dell’ISIS siriani e stranieri, anch’essi detenuti in prigione dopo aver giurato fedeltà allo Stato Islamico. Sei Paesi, tra cui Francia, Germania e Gran Bretagna, luogo di origine di gran parte dei combattenti detenuti nelle carceri curde, stavano valutando l’ipotesi di costituire un tribunale internazionale congiunto per giudicare tali casi, formato da giudici iracheni e provenienti da tutto il mondo. Tuttavia, istituire un tribunale di questo tipo potrebbe richiedere tempo e non incontrare l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre, la Turchia ha già autonomamente deciso di avviare i rimpatri. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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