Iran: rincari petrolio scatenano proteste, 1 manifestante ucciso

Pubblicato il 17 novembre 2019 alle 11:38 in Iran Medio Oriente

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Una persona è stata uccisa e altre ferite, sabato 16 novembre, nelle proteste scatenate a livello nazionale dalla decisione governativa, annunciata a sorpresa, di imporre forti rincari sul prezzo del petrolio, nel tentativo di razionare le scorte del Paese colpito dalle sanzioni americane.

Il manifestante in questione è morto nella città di Sirjan, nell’Iran centrale, dove alcune persone tentavano di appiccare fuoco a un deposito di carburante, ma sono state bloccate dalle forze di sicurezza del Paese, tra cui la polizia, le Guardie della Rivoluzione Islamica e le milizie Basij, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa semi-ufficiale ISNA.

“Purtroppo qualcuno è stato ucciso”, ha confermato il governatore in carica nella città di Sirjan, Mohammad Mahmoudabadi, in un resoconto ufficiale, aggiungendo che la causa della morte non è ancora nota, e che resta da chiarire se l’individuo sia stato colpito o meno da armi da fuoco. Mahmoudabadi ha sottolineato che le forze di sicurezza non avevano il permesso di sparare, fatto salvo unicamente per colpi di avvertimento in aria… “cosa che hanno fatto”, secondo le parole del governatore, il quale ha altresì affermato che si trattava, in origine, di un “raduno calmo” di cittadini che sono poi stati perturbati da qualcuno che ha “distrutto proprietà pubbliche, danneggiato pompe di benzina”, e che intendeva accedere ai depositi di carburante della principale azienda petrolifera del Paese per dar loro fuoco.

Le manifestazioni e le rimostranze sono scoppiate nella giornata di venerdì 15 novembre, ore dopo l’annuncio di un rincaro dei prezzi del petrolio del 50% per i primi 60 litri, e del 300% su qualsiasi soglia superiore. Oltre a Sirjan, proteste sparse si sono verificate anche in altre città quali Abadan, Ahvaz, Bandar Abbas, Birjand, Gachsaran, Khoramshahr, Mahshahr, Mashhad e Shiraz, ma si è trattato per lo più di tentativi di ostacolare il traffico e bloccare le strade da parte degli automobilisti, e si sono a ogni modo conclusi entro la mezzanotte. Nuove manifestazioni si sono tenute anche l’indomani, sabato 17 novembre, nelle città di Doroud, Garmsar, Gorgan, Ilam, Karaj, Khoramabad, Mehdishahr, Qazvin, Qom, Sanandaj, Shahroud e Shiraz.

L’economia iraniana è stata colpita, a partire da maggio 2018, da nuove ondate di sanzioni volute dal presidente americano, Donald Trump, dopo che gli Stati Uniti si sono unilateralmente ritirati dall’accordo sul nucleare, il Joint Comprehension Plan of Action (JCPA), firmato nel 2015 da Iran, Gran Bretagna, Francia, Germania, Cina, Russia e Stati Uniti. La valuta nazionale di Teheran, il rial, è colata a picco nella lotta con il dollaro americano, e l’inflazione è salita a oltre il 40%. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’economia del Paese si contrarrà del 9% entro la fine dell’anno, e sarà stagnante per tutto il 2020.

Il presidente, Hassan Rouhani, sabato 16 novembre, ha affermato che al momento il 75% dei cittadini sono “sotto pressione”, e che le entrate supplementari che verranno prodotte dai rincari del petrolio saranno destinate alle famiglie più bisognose, e non alla tesoreria dello Stato. Rouhani aveva già tentato di aumentare il prezzo del carburante lo scorso dicembre, ma era stato bloccato dal Parlamento dopo una sommossa dei cittadini che era andata avanti per giorni.  La nuova mossa giunge in un momento particolarmente delicato per l’equilibrio politico del Paese, in quanto a febbraio 2020 sono previste in Iran le prossime elezioni parlamentari.

 

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Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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