Kenya-Somalia: incontro a Nairobi per ristabilire le relazioni bilaterali

Pubblicato il 16 novembre 2019 alle 6:15 in Kenya Somalia

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Il presidente keniota Uhuru Kenyatta e la sua controparte somala, Mohamed Abdullahi Farmajo, si sono incontrati a Nairobi con l’obiettivo di normalizzare le loro relazioni e mettere fine a un’intricata disputa di confine. L’esito del confronto è risultato molto positivo e i due leader hanno colto l’occasione, durante una conferenza stampa tenutasi a seguito dell’incontro, per riaffermare il valore inestimabile dei rapporti che legano i due vicini del Corno d’Africa. Il presidente somalo si trovava in Kenya per la 25esima edizione della Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo, un evento promosso dalle Nazioni Unite per favorire la discussione su una moltitudine di tematiche differenti.

Il Segretario di gabinetto per gli Affari esteri del Kenya, Monica Juma, ha scritto su Twitter: “I due presidenti hanno concordato di portare la normalità nelle nostre relazioni bilaterali e di fare di tutto ciò che serve per garantire relazioni pacifiche, inclusa la distribuzione di visti all’arrivo per incoraggiare la libera circolazione della nostra gente”. Farmajo, da parte sua, ha espresso sincera gratitudine al Kenya per il suo importante contributo nell’AMISOM, la missione dell’Unione Africana volta a combattere la minaccia del terrorismo islamista in Somalia e in generale in tutto il Corno d’Africa. La preoccupazione più grande per i Paesi di quella regione è la presenza di al-Shabaab, uno dei maggiori affiliati di al-Qaeda e tra i più pericolosi gruppi jihadisti africani. Al-Shabaab, in arabo “la gioventù”, è stato fondato nel 2006 e il suo obiettivo è quello di rovesciare il governo di Mogadiscio, appoggiato dall’Onu, per prendere il potere e imporre la propria visione della legge islamica.

Per quanto riguarda la questione della disputa di confine, Farmajo ha ribadito di avere fiducia nell’operato della Corte Internazionale di Giustizia e ha affermato che una soluzione accettabile da entrambe le parti è possibile e realizzabile. La controversia riguarda i confini terrestri e marittimi tra i due vicini del Corno d’Africa ed era stata presentata dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja già nel 2014, dopo che le negoziazioni sui 100.000 km²di tratto di fondo marino conteso dalle due parti erano state interrotte. I toni della polemica, però, si sono riaccesi a febbraio, quando la Somalia ha accusato il Kenya di aver messo all’asta alcune aree marittime contese per l’esplorazione di gas e petrolio. Da quel momento, le relazioni tra i due Paesi africani si sono notevolmente raffreddate. In risposta alle accuse, seppur negate dalla Somalia, il 19 febbraio Nairobi ha riconvocato a casa il proprio ambasciatore a Mogadiscio, Lucas Tumbo.

I diplomatici somali e kenyoti hanno fin da subito lavorato per gestire le conseguenze dell’incidente e promuovere colloqui bilaterali. Ciononostante, la disputa si è protratta per diversi mesi con la Somalia che aveva deciso di sospendere i voli diretti da Mogadiscio verso il Kenya e quest’ultimo che aveva provocatoriamente annunciato di voler riconoscere la provincia separatista di Somaliland come uno Stato. La regione di Somaliland si era autoproclamata indipendente il 18 maggio 1991, ma non è mai stata riconosciuta né dalla comunità internazionale né dal governo di Mogadiscio. L’11 giugno, il governo del Kenya aveva altresì deciso di imporre il divieto di commercio con la Somalia e di chiudere il punto di passaggio del confine meridionale tra i due Paesi, situato nella contea di Lamu.

A marzo, Kenya e Somalia avevano firmato un primo accordo con la mediazione del primo ministro etiope Abiy Ahmed. Una seconda intesa era poi stata sottoscritta a settembre, in occasione della 74esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York. L’accordo era stato negoziato tra i due Paesi del Corno d’Africa con l’obiettivo di ristabilire le relazioni diplomatiche bilaterali e, a differenza della prima volta, la Somalia aveva specificato che avrebbe insistito affinché fosse la Corte Internazionale di Giustizia a decidere in ultima istanza sul caso.

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Chiara Gentili

di Redazione

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