Gli USA e i tentativi di tenere insieme Giappone e Corea del Sud

Pubblicato il 16 novembre 2019 alle 7:03 in Corea del Sud USA e Canada

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Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mark Esper, ha visitato Seul, capitale della Corea del Sud, per partecipare ad un incontro annuale sulla sicurezza e chiedere personalmente all’alleato asiatico di non abbandonare il trattato sulla condivisione di informazioni di intelligence con il Giappone. Il patto, noto come Accordo generale sulla sicurezza delle informazioni militari (GSOMIA), è considerato dagli Stati Uniti fondamentale per la stabilità della regione. Il Giappone e la Corea del Sud affrontano minacce simili da parte della Corea del Nord e della Cina, ma i due Paesi sono allo stesso tempo diffidenti l’uno nei confronti dell’altro a causa del passato storico che li unisce e che è stato caratterizzato dalla dominazione coloniale giapponese sulla Corea dal 1910 al 1945.

“Gli unici che potrebbero beneficiare dell’estinzione del GSOMIA e del continuo attrito tra Seoul e Tokyo sono Pyongyang e Pechino”, ha detto Esper durante una conferenza stampa congiunta con il suo omologo sudcoreano, Jeong Kyeong-doo, venerdì 15 novembre. “Questa ragione da sola dovrebbe essere abbastanza potente da fare in modo che tutti noi ci possiamo sedere e possiamo essere tranquilli che la nostra alleanza e la nostra partnership resteranno dove si trovano”, ha aggiunto il Segretario americano alla Difesa.

La Corea del Sud, tuttavia, ha fermamente respinto la richiesta degli Stati Uniti e il Segretario Jeong ha confermato che Seul abbandonerà l’accordo con il Giappone venerdì prossimo a meno che Tokyo non rimuova le restrizioni alle esportazioni imposte precedentemente. Da quando le autorità sudcoreane avevano annunciato, ad agosto, l’intenzione di abbandonare l’accordo, nonostante le ripetute obiezioni di Washington, è nata una frattura nell’alleanza tra la Corea del Sud e gli Stati Uniti. Questi ultimi, da allora, hanno rilasciato diverse dichiarazioni in cui esprimevano la forte delusione nei confronti del loro alleato a Seoul.

Durante l’incontro con Jeong, Esper ha altresì affermato che i due Paesi devono essere flessibili nella conduzione delle esercitazioni militari congiunte e devono sostenersi reciprocamente negli sforzi diplomatici per porre fine al programma nucleare della Corea del Nord. Mentre l’incertezza incombe sulle sorti dell’accordo con il Giappone, la Corea del Sud si sta contemporaneamente impegnando a concludere con gli Stati Uniti, nelle prossime settimane, un accordo che copra tutti i costi futuri necessari a mantenere nel 2020 una presenza militare americana di circa 28.500 uomini. La Corea del Sud, ha detto Esper, “è un Paese ricco quindi potrebbe e dovrebbe pagare di più” per il dispiegamento delle forze militari statunitensi sul suo territorio. “È fondamentale concludere il patto entro la fine dell’anno con la garanzia di una maggiore condivisione degli oneri da parte della Repubblica di Corea”, ha aggiunto il Segretario alla Difesa americano. Jeong, da parte sua, condivide l’opinione secondo cui il patto di ripartizione dei costi, in corso di negoziazione, dovrebbe essere equo e reciprocamente gradito, ma non è chiaro se i due Paesi convergano sulla definizione di importo equo. La scorsa settimana, un parlamentare sudcoreano ha riferito che i funzionari statunitensi avrebbero chiesto a Seul almeno 5 miliardi di dollari all’anno, più di cinque volte quello che Seoul ha accettato di pagare nel 2019 con un contratto annuale.

L’accordo sulla condivisione di informazioni di intelligence tra Giappone e Corea del Sud è entrato in vigore nel 2016 ed è diventato un simbolo degli sforzi di Washington per convincere due dei suoi principali alleati asiatici a mettere da parte la reciproca inimicizia e ad unirsi per contrastare sia la crescente influenza militare della Cina sia la minaccia nucleare e missilistica della Corea del Nord. Sebbene Seul insista sul fatto che il suo impegno a mantenere viva l’alleanza con Washington rimarrà intatto, la decisione di dimettersi dal GSOMIA ha dimostrato quanto fragile sia stato il successo di Washington.

Le relazioni tra Giappone e Corea del Sud si sono inasprite il 12 luglio, quando i due Paesi asiatici si erano scontrati sulle restrizioni alle esportazioni che Tokyo aveva imposto nei confronti di Seul a causa di una disputa sui risarcimenti per il lavoro forzato svolto dai sudcoreani durante l’occupazione giapponese. Le sanzioni imposte dal Giappone ponevano un freno all’acquisto, da parte di Seul, di quei materiali che la Corea del Sud impiega nella produzione di dispositivi tecnologici. Tale misura ha comportato danni non indifferenti ai colossi sudcoreani del settore tecnologico, tra cui la Samsung Electronics Co Ltd e la SK Hynix Inc, quest’ultima produttrice di componenti utilizzate da Apple e Huawei. Pochi giorni dopo, il 16 luglio, la Corea del Sud aveva dichiarato di avere dubbi sul rispetto da parte del Giappone delle sanzioni imposte dalle Nazioni Unite contro la Corea del Nord, che prevedevano limiti ad importazioni e esportazioni in numerosi settori, tra cui quello del petrolio. In risposta, Tokyo aveva rimosso Seul dalla lista dei Paesi “con status bianco”, ovvero con restrizioni commerciali minime.  

In tale contesto, la Corea del Sud aveva chiamato in causa Washington, storico alleato di entrambi i Paesi, affermando che le sanzioni imposte dal Giappone avrebbero impattato anche sulle aziende dell’industria tecnologica presenti negli Stati Uniti, con ricadute su scala globale. Washington aveva in risposta deciso di far intervenire il suo diplomatico specializzato nella politica Est-asiatica, David Stilwell, che si era recato a Seul il 17 luglio e aveva affermato che Washington “sarebbe intervenuto in tutte le problematiche che vedono coinvolti la Corea del Sud e gli Stati Uniti”.   

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Chiara Gentili

di Redazione

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