La Coalizione Globale contro l’ISIS si prepara all’era post Al-Baghdadi

Pubblicato il 15 novembre 2019 alle 16:11 in Medio Oriente USA e Canada

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I ministri degli Esteri di oltre 70 nazioni, tra cui l’Italia, si sono riuniti a Washington per discutere le strategie per sconfiggere lo Stato Islamico, nel secondo incontro del 2019 della Coalizione Globale per Sconfiggere l’ISIS. 

Il gruppo è stato chiamato a rivedere la strategia a seguito dei recenti sviluppi nel Nord-Est della Siria, inclusa la morte del leader dell’organizzazione terroristica Abu Bakr al-Baghdadi. L’incontro, che ha avuto luogo il 14 novembre, è stato presieduto dal segretario di Stato USA, Mike Pompeo, e si è incentrato sui prossimi passi da fare, a seguito della morte del capo dell’organizzazione. Il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha sottolineato che tutti gli alleati concordano sulla necessità di salvaguardare i risultati ottenuti dalla Coalizione e sostengono gli sforzi guidati dalle Nazioni Unite per raggiungere una soluzione politica sostenibile in Siria. Stoltenberg ha poi sottolineato l’importanza delle missioni di addestramento della NATO in Iraq e in Afghanistan per la lotta al terrorismo internazionale.

“Vorrei iniziare congratulandomi con gli Stati Uniti per l’azione di successo delle vostre forze speciali contro il leader dell’ISIS Al-Baghdadi”, ha dichiarato Stoltenberg in apertura del proprio discorso, il 14 novembre. Il segretario generale della NATO ha poi definito tale operazione “una pietra miliare nei nostri sforzi contro il terrorismo internazionale”. “Tutti gli alleati della NATO fanno parte della Coalizione Globale per Sconfiggere l’ISIS. Insieme, forniamo un supporto significativo. Compresa la sorveglianza aerea e l’addestramento”, ha aggiunto. Secondo Stoltenberg, negli ultimi anni, la coalizione ha raggiunto obiettivi significativi. Milioni di persone sono state salvate e vasti territori sono stati liberati dalla morsa islamista dell’ISIS. “Ma la lotta non è finita. L’ISIS è ancora una minaccia”, ha sottolineato il segretario della NATO. 

Stoltenberg ha poi ribadito che la situazione nella Siria settentrionale rimane fragile e difficile e ha sottolineato le differenti posizioni sul tema che esistono tra gli alleati della NATO. Ma allo stesso tempo, il segretario è d’accordo sulla necessità di salvaguardare i guadagni raggiunti contro il nostro comune nemico, l’ISIS. Inoltre, ha messo in luce gli sforzi guidati dalle Nazioni Unite per raggiungere una soluzione politica sostenibile. “Concordiamo inoltre sulla necessità di continuare a sviluppare la capacità delle forze partner. Rafforzare la loro capacità di resistenza contro il terrorismo”, ha affermato. “Collaboriamo con l’Iraq per aiutarli a costruire, addestrare ed educare le loro forze di sicurezza, in modo che possano garantire che l’ISIS non ritorni”, ha dichiarato poi Stoltenberg. La NATO contribuisce anche alla lotta contro il terrorismo internazionale in altri modi, non ultimo attraverso una missione di addestramento in Afghanistan e sta aiutando altri Paesi, come la Giordania e la Tunisia, a migliorare le loro capacità antiterrorismo locali. “Quindi non vedo l’ora di discutere oggi e ascoltare opinioni su come la coalizione globale possa continuare a rendere il mondo più sicuro”, ha aggiunto il segretario della NATO.

In tale contesto, l’11 novembre, le autorità turche hanno iniziato a rimandare i detenuti dello Stato Islamico nei loro Paesi di origine. La Turchia afferma di aver catturato 287 combattenti nel Nord-Est della Siria da quando ha avviato un’operazione transfrontaliera il 9 ottobre contro i combattenti curdi, denominata “Fonte di pace”. I campi controllati dai combattenti curdi nella Siria Nord-orientale ospitavano decine di migliaia di famiglie e molti di questi erano membri dell’ISIS, tra cui 12.000 stranieri, 4.000 donne e 8.000 bambini. A questi si aggiungono centinaia di militanti dell’ISIS siriani e stranieri, anch’essi detenuti in prigione dopo aver giurato fedeltà allo Stato Islamico. Sei Paesi, tra cui Francia, Germania e Gran Bretagna, luogo di origine di gran parte dei combattenti detenuti nelle carceri curde, stavano valutando l’ipotesi di costituire un tribunale internazionale congiunto per giudicare tali casi, formato da giudici iracheni e provenienti da tutto il mondo. Tuttavia, istituire un tribunale di questo tipo potrebbe richiedere tempo e non incontrare l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre, la Turchia ha già autonomamente deciso di avviare i rimpatri. 

All’inizio della propria operazione nel Nord-Est della Siria, il 10 ottobre, Erdogan aveva minacciato l’Europa di aprire le porte verso il continente ai 3.6 milioni di rifugiati stranieri che si trovano in Turchia. La dichiarazione faceva seguito all’opposizione di Paesi europei all’offensiva in Siria, e faceva leva sul mancato impegno dell’Europa nel fornire gli aiuti promessi per la questione dei rifugiati. In base a un accordo firmato nel 2016, l’UE ha promesso ad Ankara 6 miliardi di euro in cambio di misure più severe per impedire ai rifugiati di lasciare la Turchia, ma Erdogan ha dichiarato che finora il suo Paese ha ricevuto solo 3 miliardi di euro.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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