Iraq: continuano le proteste, il governo nega le accuse di repressione violenta

Pubblicato il 15 novembre 2019 alle 9:02 in Iraq Medio Oriente

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L’ondata di proteste continua ad interessare l’Iraq e, in particolare, la capitale Baghdad ed i governatorati meridionali. Il governo nega le accuse di repressione violenta e la conseguente morte di numerosi manifestanti.

Secondo fonti mediche e di sicurezza, 4 manifestanti sono morti e altri 62 sono rimasti feriti nella giornata del 14 novembre, a causa dei gas lacrimogeni lanciati dalle forze di sicurezza contro i manifestanti che si erano radunati nel centro di Baghdad, nei pressi di piazza Tahrir. Tuttavia, il comando operativo di Baghdad ha dichiarato che la notizia relativa alla morte dei manifestanti è falsa, in quanto il Ministero della Salute non ha riferito di vittime tra i manifestanti negli ultimi due giorni. I manifestanti, dal canto loro, hanno affermato che le forze dell’ordine hanno continuato ad impiegare gas lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere la folla.

Sit-in e proteste sono continuati anche nel corso della notte al centro della capitale, mentre le forze dell’ordine sono state impegnate a tener lontano i manifestanti dalla cosiddetta Green Zone, un’area fortificata sede di ambasciate ed edifici governativi. Un incendio è poi scoppiato all’ultimo piano di un ristorante turco nei pressi di piazza Tahrir, divenuto rifugio delle centinaia di manifestanti.

Nella medesima giornata del 14 novembre, centinaia di studenti e insegnanti hanno manifestato nelle province meridionali di Bassora, Dhi Qar e al-Diwaniyah, in risposta all’invito del sindacato degli insegnanti. A Nasiriyah, le forze di sicurezza hanno imposto un coprifuoco nell’area di al-Gharraf, nel Nord della città, e hanno dispiegato rinforzi nel tentativo di controllare la situazione.

In tale quadro, il governo iracheno ha negato il proprio coinvolgimento nella morte dei manifestanti a seguito delle azioni di repressione violenta, riportando di una terza parte che, invece, sarebbe responsabile. In particolare, il ministro della Difesa iracheno, Najah al-Shammari, ha affermato che l’arma attualmente utilizzata per sparare gas lacrimogeni contro i manifestanti non rientra nella tipologia posseduta dall’apparato di sicurezza iracheno. Si tratterebbe di un altro tipo di arma, con caratteristiche tecniche diverse, in grado di lanciare bombe e proiettili a una distanza massima di 300 metri, mentre quella del governo iracheno raggiunge soltanto 75 metri.

A detta di al-Shammari, è questo tipo di arma che ha contribuito ad aumentare il numero di vittime sia tra i manifestanti sia tra le forze dell’ordine, ma dietro al suo utilizzo vi sarebbe un terzo responsabile. Non da ultimo, il premier iracheno, Adel Abdul Mahdi, ha tenuto, sempre il 14 novembre, una riunione con i leader della sicurezza per valutare la situazione del Paese, alla luce della continua mobilitazione popolare e delle misure adottate dalle forze governative per mantenere la sicurezza e la stabilità a Baghdad e nel resto delle province meridionali.

L’ondata di violente manifestazioni è ripresa a partire dal 25 ottobre scorso, dopo circa due settimane di tregua. Le proteste hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. I due cicli di proteste hanno causato la morte di almeno 269 manifestanti, secondo fonti mediche. La commissione per i diritti umani del parlamento iracheno ha confermato, il 12 novembre, che il bilancio delle vittime include 323 morti e 15mila feriti.

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, già nel corso delle ultime manifestazioni, i cittadini avevano cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro e della classe politica al potere, con la conseguente indizione di elezioni anticipate.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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