Aggredita la segretaria alla Giustizia di Hong Kong a Londra

Pubblicato il 15 novembre 2019 alle 9:02 in Hong Kong UK

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La segretaria alla Giustizia dell’amministrazione di Hong Kong, Teresa Cheng, che si trovava a Londra per promuovere una soluzione pacifica alla crisi di Hong Kong, è stata aggredita da un gruppo di contestatori che le hanno gridato “assassina” e “vergogna”. La Cina ha immediatamente condannato l’accaduto

Secondo una dichiarazione del governo di Hong Kong la Cheng ha subito “gravi danni fisici”. Non sono stati forniti ulteriori dettagli, ma alcuni filmati dell’accaduto mostrano la Cheng che cade a terra. L’ambasciata cinese nel Regno Unito ha affermato che la segretaria alla Giustizia di Hong Kong è stata “assediata e attaccata da attivisti anti-cinesi e pro-indipendenza” che si erano organizzati online. L’ambasciata ha poi invitato la polizia britannica a indagare sull’incidente e a rafforzare la sicurezza dei funzionari e delle istituzioni cinesi nel Paese. “Porre fine alla violenza e ristabilire l’ordine è un compito fondamentale a Hong Kong”, ha dichiarato il portavoce diplomatico cinese a Londra, in una nota. “Il governo centrale cinese sostiene fermamente il governo nell’amministrazione di Hong Kong secondo la legge, sostiene fermamente la polizia di Hong Kong nel far rispettare la legge e sostiene fermamente l’organo giudiziario che deve consegnare alla giustizia i criminali”, continua il documento.

Tale aggressione è avvenuta in un momento di crescente violenza a Hong Kong. Secondo le ultime notizie dalla città semi-autonoma, un addetto alle pulizie di 70 anni, che i video sui social media hanno mostrato essere stato colpito alla testa da un mattone, è morto giovedì 14 novembre. Il dipartimento di Igiene Alimentare e Ambientale ha espresso profonda tristezza per la morte dell’uomo e ha dichiarato che stava fornendo assistenza alla sua famiglia. Intanto, i manifestanti antigovernativi continuano a bloccare buona parte della città, per il quinto giorno consecutivo, il 15 novembre. Le proteste continuano in tutta la città, con i manifestanti che hanno incendiato veicoli ed edifici, lanciato molotov contro stazioni di polizia e vandalizzato i centri commerciali. I manifestanti e gli studenti universitari, vestiti di nero, hanno mantenuto i blocchi stradali nelle arterie principali della città, tra cui l’ingresso al tunnel del porto che collega l’isola di Hong Kong alla zona di Kowloon e una grande autostrada tra Kowloon e i nuovi territori rurali. La polizia ha utilizzato gas lacrimogeni vicino al tunnel per cercare di liberarlo dai manifestanti. Inoltre, migliaia di studenti si sono barricati all’interno delle università, tirando su fortificazioni improvvisate in diversi campus.

Questa settimana ha visto alcune delle peggiori violenze in più di 5 mesi di proteste. Lunedì 11 novembre, un agente di polizia ha sparato a distanza ravvicinata contro una persona che faceva parte delle proteste. Lo stesso giorno, in un incidente separato, un uomo che esternava posizioni pro-Pechino è stato cosparso di benzina e dato alle fiamme dai manifestanti. La polizia ha riferito che l’uomo è in condizioni critiche e sta indagando sui responsabili dell’accaduto. L’autorità ospedaliera di Hong Kong ha dichiarato che 81 persone sono state ferite dall’inizio della settimana, 2 delle quali si trovano ora in gravi condizioni. Inoltre, più di 260 persone sono state arrestate, durante la giornata dell’11 novembre, secondo quanto ha affermato la polizia, portando il numero totale a oltre 3.000 detenuti da quando le proteste sono cresciute, a giugno. La leader di Hong Kong, Carrie Lam, che gode dell’appoggio di Pechino, ha dichiarato che i manifestanti che cercano di paralizzare la città sono “estremamente egoisti”.

In tale contesto, la Cina nega qualsiasi tipo di interferenza nel territorio e ha, invece, incolpato alcuni Paesi occidentali, tra cui il Regno Unito e gli Stati Uniti, di supportare i manifestanti e sollevare nuove problematiche. Da parte loro, gli Stati Uniti hanno condannato “l’uso ingiustificato della forza letale” a Hong Kong, l’11 novembre, e hanno esortato sia la polizia che i civili a ridurre la tensione. Da Pechino, invece, il portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, Geng Shuang, ha invitato il Regno Unito e gli Stati Uniti a non intromettersi. Le mobilitazioni ad Hong Kong sono iniziate il 31 marzo e sono nate a seguito della presentazione di una controversa proposta di legge che prevedeva l’estradizione in Cina. La proposta è stata ritirata, ma dopo pochi mesi, si sono trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. Oggi, sono diventate quotidiane e i leader delle proteste stanno cercando il supporto internazionale contro l’ingerenza cinese nella città semi-autonoma. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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