Sud Sudan: ancora ritardi nel processo di pace, gli USA “delusi”

Pubblicato il 14 novembre 2019 alle 17:54 in Africa Sud Sudan

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Gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere “gravemente delusi” dalla piega che sta prendendo il processo di pace in Sud Sudan e hanno riferito che rivaluteranno i loro rapporti con il Paese africano. A Juba, il governo sta faticando a creare un esecutivo di coalizione con il principale leader dell’opposizione, Riek Machar, e il fragile accordo di pace stipulato tra quest’ultimo e il presidente sud sudanese, Salva Kiir, non sembra destinato ad avere successo nel breve periodo. Dopo aver già mancato la scadenza del 12 novembre, i due leader hanno deciso di posticipare di altri 100 giorni la formazione del nuovo governo. La ragione del ritardo riguarda la necessità di risolvere alcune questioni fondamentali di governance e sicurezza.

Il Dipartimento di Stato americano ha affermato che “l’incapacità del governo di soddisfare queste richieste politiche essenziali per il popolo sudanese mette in discussione la sua abilità nel portare avanti il processo di pace nazionale”. Gli USA hanno poi chiarito che si impegneranno a lavorare sia bilateralmente sia con la comunità internazionale al fine di intraprendere le dovute azioni contro tutti coloro che impediscono il regolare svolgimento delle negoziazioni. Ciò significa, ha fatto intendere l’amministrazione Trump, più sanzioni.

Il portavoce del governo del Sud Sudan, Ateny Wek Ateny, ha affermato che le autorità di Juba comprendono la posizione degli Stati Uniti e si impegneranno a formare, entro i tempi previsti, l’esecutivo di coalizione. “Il presidente non era disposto ad estendere i tempi finché non ci siamo resi conto che l’opposizione era irremovibile nel volere l’estensione, altrimenti sarebbero tornati in guerra”, ha affermato Ateny. Il portavoce di Machar, Puok Both Buluang, ha chiarito, da parte sua, che la proroga sarà efficace soltanto se il governo libererà i fondi che aveva promesso di spendere sulla realizzazione dell’accordo di pace.

L’11 settembre, il Ministero dell’Informazione sud sudanese aveva annunciato che Riek Machar e il presidente Salva Kiir avevano concordato di formare un governo di transizione entro la metà di novembre. Le due parti, che avevamo firmato un accordo di pace il 12 settembre scorso, avevano sospeso le trattative e rimandato l’applicazione delle disposizioni per mancanza di risorse finanziarie e per la difficoltà di integrare i ribelli nell’esercito. Machar, però, era tornato a Juba, lunedì 9 settembre, per incontrare dopo un anno il presidente Kiir e per tentare una ripresa dei colloqui.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati da Machar, e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica.

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto scorso, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, il noto accordo. Da quel momento Machar, che vive a Khartoum, in Sudan, era tornato in patria solo una volta, nell’ottobre scorso, per celebrare la firma del patto. Secondo quanto previsto dall’accordo, Machar sarebbe destinato a ricoprire nuovamente il ruolo di vicepresidente. Un’altra disposizione fondamentale prevista dal trattato riguarda la reintegrazione dei ribelli nell’esercito, condizione anch’essa rimasta ancora inattuata.

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Chiara Gentili

di Redazione

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