Onu, Guterres: “Il G5 Sahel da solo non può farcela a combattere i terroristi”

Pubblicato il 14 novembre 2019 alle 19:08 in Burkina Faso Mali

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Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha dichiarato che i gruppi terroristici africani hanno rafforzato la loro presenza nella regione del Sahel e stanno aumentando i livelli di violenza nella conduzione dei loro attacchi. In un rapporto destinato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il capo dell’ONU ha affermato che “l’espansione dei loro rifugi sta rendendo instabili vaste aree di territorio e sta alimentando la violenza etnica, specialmente in Burkina Faso e in Mali”. Guterres ha poi sottolineato che la lotta al terrorismo nella regione africana “non può essere esternalizzata” esclusivamente nelle mani del G5 Sahel, una forza militare composta dal Burkina Faso, dal Mali, dal Niger, dal Ciad e dalla Mauritania, o nelle mani dei soli paesi africani. Serve, secondo il Segretario Generale, un impegno comune nella lotta al terrorismo africano poiché, nelle sue parole, si tratta di “una questione globale e l’intera comunità internazionale ha la responsabilità di contribuire allo sforzo collettivo in vista della riduzione della violenza estremista nel Sahel e di altre problematiche transnazionali, tra cui il traffico di persone, di merci illecite, armi e droghe, migrazione e sfollamento”.

Guterres ha affermato che le sfide che il Sahel sta affrontando sono causate dalla povertà, dall’emarginazione, dall’impunità e dall’assenza di un governo stabile e, per di più, sono aggravate dall’impatto dei cambiamenti climatici e dalla scarsità delle risorse naturali. I civili stanno sopportando il peso della violenza e il bilancio delle vittime è “scioccante”. “Dal solo gennaio, oltre 1.500 sono gli sfollati all’interno dei 5 Paesi africani. Tale cifra rappresenta più del doppio del numero di sfollati di tutto il 2018”, ha detto il Segretario Generale. Il Burkina Faso ha registrato il bilancio più significativo, con 486.000 sfollati quest’anno rispetto agli 80.000 dell’anno scorso.

Il rapporto di Guterres si concentra poi sulla forza militare del G5 Sahel, che, come si legge, “continua ad affrontare carenze significative di addestramento, capacità e attrezzature che ne ostacolano le operazioni”. “La mancanza di mezzi aerei, veicoli blindati e capacità di trasporto e dispositivi di protezione individuale aggrava la minaccia rappresentata dall’uso di ordigni esplosivi improvvisati”, ha affermato. Tuttavia, il leader dell’ONU ha detto di essere anche “particolarmente incoraggiato” dall’impegno dei leader del gruppo regionale dell’Africa occidentale (ECOWAS) che, a settembre, si sono impegnati a stanziare “1 miliardo di dollari per combattere il terrorismo e l’estremismo nei prossimi cinque anni”. Tale azione, ha chiarito Guterres, “mostra la volontà di assumere il controllo del proprio Paese e di affrontare le sfide si pongono davanti al continente”. Il Segretario dell’ONU ha infine accolto con favore i contributi dell’Unione Europea e di altre organizzazioni internazionali e ha preso atto della fornitura di attrezzature e addestramento da parte degli Stati Uniti a favore delle truppe del Ciad, della Mauritania e del Niger.

La Francia e la Germania hanno iniziato, il mese scorso, a dare maggiore spinta ai loro sforzi militari in Africa occidentale, rafforzando e addestrando più efficacemente le forze regionali e approfondendo la cooperazione con il blocco dell’ECOWAS e con i Paesi intorno al Lago Ciad. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ha specificato che si tratta di iniziative volte a “migliorare le capacità degli Stati della regione in modo da renderli in grado di affrontare tale minaccia nel lungo periodo”. Il 15 settembre, in occasione del Summit Economico dell’ECOWAS, in Burkina Faso, i leader di diversi Paesi dell’Africa occidentale hanno annunciato la creazione di un fondo di 1 miliardo di dollari per combattere la minaccia islamista nel Sahel. L’iniziativa, da finanziare tra il 2020 e il 2024, è stata condivisa da tutti e 15 i Paesi della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale più Ciad e Mauritania, che si sono uniti all’incontro nella capitale burkinabé, Ouagadougou.

La forza francese Barkhane, che è presente in Mali dall’agosto 2014, è passata da 3.000 soldati a 4.500 nel 2018. Da quando le operazioni sono iniziate, circa 15 di loro sono stati uccisi in scontri mortali con i gruppi jihadisti. Come riporta il Country Report on Terrorism 2017 del governo americano, le regioni settentrionali del Mali, in gran parte non governate, insieme al centro del Paese e alle regioni di confine con il Burkina Faso e il Niger, sono le località più colpite dalle attività terroristiche. Nel corso dell’anno passato, le autorità di Bamako hanno continuato a fare molto affidamento sulla MINUSMA, la missione delle Nazioni Unite in Mali, e sulle forze francesi, per contribuire a stabilizzare e proteggere le regioni settentrionali.

La missione di peacekeeping MINUSMA è la più pericolosa tra tutte le missioni dei caschi blu. L’iniziativa è stata creata con la Risoluzione 2100 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, risalente al 25 aprile 2013, con l’obiettivo di fornire sostegno al processo di transizione politica e stabilizzazione nel Paese. Da giugno 2018, sono aumentati anche gli scontri tra i gruppi terroristici, come Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), e la task force internazionale antiterrorismo nota con il nome di G5 Sahel.

Nel 2017, l’operazione militare francese Barkhane ha continuato la propria missione antiterrorismo in tutta la regione del Sahel. Cooperando con le forze maliane, Barkhane ha cercato di eliminare gli elementi terroristici nel Mali settentrionale e centrale, in particolare Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), il gruppo che si è formato dalla branca del Sahara di al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM), al-Murabitoun, Ansar al-Dine e il Fronte di liberazione della Macina.

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Chiara Gentili

di Redazione

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