Iraq: dopo 30 anni, la Finlandia riapre l’ambasciata

Pubblicato il 14 novembre 2019 alle 19:35 in Europa Iraq

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Il governo della Finlandia ha annunciato la riapertura della propria ambasciata in Iraq. Tale decisione segnerà il ritorno di un ambasciatore finlandese a Baghdad dopo circa 30 anni di assenza.

È quanto rivelato, giovedì 14 novembre, dal New York Times, il quale ha altresì commentato che la decisione di Helsinki si pone quale tentativo per ristabilire i legami tra Finlandia e Iraq, con l’obiettivo di contribuire alla ricostruzione del Paese mediorientale e di rafforzare gli scambi commerciali a livello bilaterale.

L’ambasciata della Finlandia sarà inizialmente composta da un personale di 4 dipendenti. La sede sarà un edificio che attualmente ospita anche la sede diplomatica di rappresentanza della confinante Svezia.

Secondo quanto dichiarato dall’Ambasciatore finlandese che andrà a rappresentare il proprio paese a Baghdad, Vesa Hakkinen, a The Associated Press, e ripreso dal New York Times, è dal gennaio 1991, quindi all’epoca della Guerra del Golfo, che il Paese nordeuropeo aveva sospeso la propria presenza diplomatica in Iraq.

Attualmente, secondo quanto si apprende dal giornale statunitense, la fonte di tensione tra i due Paesi rimane il rimpatrio dei migranti clandestini giunti in Finlandia dall’Iraq ai quali è stato negato l’asilo. Stando alle stime fornite, nel 2015 la Finlandia ha accolto circa 20.000 migranti iracheni.

L’Iraq ha goduto di un periodo di relativa stabilità da quando ha dichiarato la vittoria sullo Stato Islamico alla fine del 2017.

Nello specifico, il 9 dicembre 2017, il governo iracheno aveva annunciato la vittoria sull’ISIS. In tale data, dopo 3 anni di battaglie, il primo ministro dell’Iraq in carica, Haider al Abadi, aveva comunicato che l’esercito aveva ripreso il totale controllo del Paese, dopo la riconquista di Rawa, una città ai confini occidentali di Anbar con la Siria, ultimo baluardo del gruppo in Iraq. L’inizio della presenza dell’ISIS in Iraq risaliva al 2014, quando era stata avviata un’ampia offensiva in Siria e in Iraq. Dopo aver occupato gran parte del territorio iracheno, il 10 giugno di quell’anno l’organizzazione prese anche il controllo di Mosul, seconda città del Paese e principale nucleo urbano caduto in mano ai jihadisti, liberata poi il 10 luglio 2017.

Attualmente, il Paese è teatro di una ondata di violente manifestazioni, le quali colpiscono ininterrottamente il Paese dallo scorso 25 ottobre, quando erano riprese dopo circa 2 settimane di tregua. Le proteste hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. I due cicli di proteste hanno causato la morte di almeno 269 manifestanti, secondo fonti mediche. La commissione per i diritti umani del parlamento iracheno ha confermato, il 12 novembre, che il bilancio delle vittime include 323 morti e 15mila feriti.

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, già nel corso delle ultime manifestazioni, i cittadini avevano cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro, Adel Abdul Mahdi.

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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