Ungheria: sospetto militante dell’ISIS a processo nega le accuse

Pubblicato il 13 novembre 2019 alle 18:33 in Siria Ungheria

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Un cittadino siriano, sotto processo in Ungheria, ha rinnegato le accuse dei magistrati di Budapest, secondo i quali l’uomo ha partecipato a decapitazioni ed uccisioni nel suo Paese di origine, nel periodo in cui era un membro dello Stato Islamico.

È quanto rivela The Associated Press, il quale rende altresì noto, mercoledì 13 novembre, che l’uomo, identificato come Hassan Farhoud, dell’età di 27 anni, è stato accusato dai magistrati di aver partecipato alla decapitazione di un leader religioso della città di al-Kikhnah, nella provincia di Homs, in Siria, e di aver preso parte all’uccisione di almeno 25 persone.

Tra le sue vittime, secondo l’accusa, almeno 6 donne e un bambino, i quali sono stati colpiti per vendetta e per disseminare terrore nella popolazione locale.

Stando a quanto emerso dalle indagini degli inquirenti. Hassan aveva anche il compito di stilare una lista degli individui da giustiziare. Tale lista veniva poi approvata dai vertici dell’ISIS. Successivamente, spettava sempre ad Hassan supervisionare le uccisioni.

Da parte sua, l’uomo ha dichiarato di non aver commesso alcun reato e di voler esclusivamente “la propria famiglia”. Nel corso della propria testimonianza, l’imputato ha altresì chiesto espressamente di non essere sottoposto alla pena di morte, misura tuttavia non prevista nell’Unione Europea.

Nel corso dell’udienza, la quale si è tenuta mercoledì 13 novembre, l’accusa ha mostrato alcuni filmati che ritraevano Hassan e un altro uomo mentre decapitavano il leader religioso. Da parte sua, l’imputato ha negato di essere lui la persona ritratta nel filmato, aggiungendo altresì di non conoscere le persone presenti nel video. Ad essere stata contestata dall’imputato anche l’accusa secondo cui Hassan faceva parte di una piccola unità armata dello Stato Islamico.

Secondo la difesa, Hassan ha lasciato la Siria nel 2014, quando si è trasferito con la moglie in Turchia, luogo in cui si trovava quando sono avvenuti i crimini di cui è stato chiamato a rispondere, risalenti alla prima metà del maggio 2015.

In difesa del figlio, anche il padre di Hassan si è prestato a testimoniare. Nel corso dell’udienza, l’uomo ha dichiarato che mentre si trovava in Siria, Hassan era stato imprigionato per essersi rifiutato di unirsi allo Stato Islamico.

Anche lo stesso imputato ha dichiarato più volte di essere stato maltrattato dalle autorità mentre si trovava in prigione, dove temeva di essere avvelenato. Secondo quanto dichiarato dal suo legale, mentre si trovava in carcere Hassan ha tentato il suicidio.

Nel corso dell’udienza, inoltre, il difensore di Hassan ha chiesto alla corte di ignorare le dichiarazioni rilasciate prima del processo sul conto del proprio imputato. Tali testimonianze, ha commentato il legale, sono state fornite da persone che non hanno avuto esperienza diretta con i reati evidenziati dalle autorità, motivo per cui non erano stati forniti i dettagli di quanto avvenuto.

Stando a quanto si apprende, Hassan Farhoud aveva ottenuto lo status di rifugiato in Grecia, prima di essere arrestato, nel dicembre 2018, dalla polizia ungherese presto l’aeroporto internazionale di Budapest, il Ferenc Liszt, dove si trovava con una donna, entrambi in possesso di carte d’identità contraffatte.

Il processo contro Hassan era iniziato lo scorso 3 settembre, quando l’imputato era stato condannato dalla giustizia ungherese per terrorismo e per aver commesso crimini contro l’umanità.

In tale occasione, era emerso che all’epoca del fermo, era già in corso un’indagine su Farhoud che aveva coinvolto anche Malta, il Belgio e la Grecia, sotto l’egida dell’Eurojust, Agenzia dell’Unione Europea finalizzata ad assicurare la cooperazione e il coordinamento nell’ambito di indagini e inchieste penali riguardanti almeno due Stati membri. Hassan era poi stato posto in custodia detentiva lo scorso marzo nonostante l’imputato aveva ripetutamente negato i capi d’accusa.

Secondo quanto ricostruito da Ekathimerini,  i servizi segreti greci, la EYP, erano stati i primi ad allertare i Paesi europei sulla presenza di Hassan in Europa. Stando a quanto rivelato dall’EYP, il terrorista era sbarcato nel febbraio 2016 in Grecia, dove aveva inoltrato la sua richiesta d’asilo, approvata da Atene nell’ottobre dell’anno seguente. Tuttavia, in base alle informazioni in possesso dell’EYP, fino ad agosto 2018 non vi erano prove dell’effettiva partecipazione di Hassan ad attività terroristiche.

L’Ungheria è membro della NATO dal 1999 e dell’Unione Europea dal 2004. Secondo il Global Terrorism Index del 2018, che attribuisce un indice da 0 a 10, dove 0 è il minimo e 10 è il massimo, a 163 Paesi al mondo in base all’impatto del terrorismo sui loro territori, l’Ungheria ha registrato un indice poco superiore lo 0, rientrando tra gli Stati caratterizzati dalla minima influenza di tale fenomeno.

Per quanto riguarda il contrasto all’estremismo violento, l’Ungheria ha nel 2007 adottato l’Atto sulla prevenzione e il contrasto al riciclaggio di denaro e al finanziamento al terrorismo, mentre nel 2012 ha emendato il suo Codice penale, dove all’interno del Capitolo XXX dedica un’intera sezione al terrorismo. Nel 2010, inoltre, il Ministero dell’Interno ungherese si è dotato di un’Unità Antiterrorismo, la Terrorelhárítási Központ, TEK. I compiti principali svolti dalla TEK sono sei. Il primo è la prevenzione degli attacchi terroristici su suolo ungherese. In secondo luogo, la TEK è incaricata di occuparsi del rilascio degli ostaggi di nazionalità ungherese all’interno e all’esterno dei propri confini. Il terzo obiettivo è il contrasto ai crimini a mano armata. Spetta inoltre alla TEK la cattura e l’arresto di criminali o sospetti tali e il contrasto alle organizzazioni criminali. Infine, la TEK deve  proteggere il governo ungherese, inclusi i politici, i funzionari diplomatici e i cittadini ungheresi ovunque essi si trovino.

 

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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