Iraq: manifestanti ancora in piazza, le scuole chiudono

Pubblicato il 13 novembre 2019 alle 10:04 in Iraq Medio Oriente

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Le forze di sicurezza irachene si sono dispiegate, sin dalle prime ore del 13 novembre, presso i luoghi chiave delle perduranti manifestazioni, dopo una notte segnata da scontri sporadici sia a Baghdad sia in altri governatorati meridionali.

Centinaia di cittadini iracheni continuano ad affollare le piazze del Paese in segno di protesta, mentre è stato proclamato altresì uno sciopero delle scuole a livello nazionale. Nonostante la violenza che caratterizza le azioni di repressione da parte delle forze dell’ordine, il numero di manifestanti aumenta giorno dopo giorno. Il governatorato meridionale di Dhi Qar ha assistito nella notte tra il 12 e il 13 novembre a violente azioni di repressione, dopo che i manifestanti si sono riuniti davanti all’abitazione del governatore. Gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine hanno causato diversi feriti e la determinazione dei cittadini ha portato l’esercito a dispiegarsi nuovamente nell’area.

Lo stesso si sta verificando anche in altre aree, tra cui al-Qadisiyyah, dove sono centinaia gli studenti radunatisi in un sit-in, dopo che nella serata di martedì 12 hanno acceso candele in ricordo dei martiri delle manifestazioni. Anche a Bassora, i cittadini hanno continuato ad occupare l’area marittima. La polizia provinciale ha rilasciato, nella serata del 12 novembre, 13 manifestanti, tra cui anche studenti.

La capitale Baghdad non sembra essere esclusa. Anche qui i manifestanti sono pronti a continuare le proteste, nonostante le operazioni attuate dalle forze di polizia per contrastarli. Migliaia sono stati i cittadini in piazza Tahrir, luogo simbolo al centro della capitale, nel pomeriggio del 12 novembre, con slogan con cui si continua a richiedere la caduta del governo e le dimissioni dell’attuale classe politica al potere.

Ai movimenti di protesta per le strade, si è aggiunto, da martedì 12, lo sciopero generale delle scuole, sia di primo sia di secondo grado, e delle università. Questo è stato proclamato dal sindacato degli insegnanti, nel tentativo di dare nuovo slancio all’ondata di mobilitazione popolare.

La presidenza irachena, il 12 novembre, ha dichiarato che la riforma desiderata del Paese dovrà essere propria dell’Iraq e della popolazione irachena, e che qualsiasi ingerenza esterna è inaccettabile. Secondo quanto affermato in un comunicato, gli iracheni decidono in base alle loro priorità e interessi e rispettano la volontà dell’autorità religiosa, all’interno dei contesti costituzionali e legali. Tali affermazioni giungono dopo che il leader del movimento sadrista, Muqtada al-Sadr, ha criticato gli Stati Uniti per la loro interferenza negli affari interni dell’Iraq, accusandoli di essere responsabili della corruzione nel Paese.

L’ondata di violente manifestazioni è ripresa a partire dal 25 ottobre scorso, dopo circa due settimane di tregua. Le proteste hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. I due cicli di proteste hanno causato la morte di almeno 269 manifestanti, secondo fonti mediche. La commissione per i diritti umani del parlamento iracheno ha confermato, il 12 novembre, che il bilancio delle vittime include 323 morti e 15mila feriti.

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, già nel corso delle ultime manifestazioni, i cittadini avevano cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro, Adel Abdul Mahdi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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