Sudan nega di aver supportato l’esercito di Haftar in Libia

Pubblicato il 12 novembre 2019 alle 19:42 in Libia Sudan

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Il governo del Sudan ha negato le affermazioni contenute nel rapporto delle Nazioni Unite secondo cui le autorità di Khartoum avrebbero inviato forze paramilitari per combattere al fianco del generale Khalifa Haftar, in Libia. La notizia di un presunto coinvolgimento delle Forze di Supporto Rapido sudanesi nella guerra di Tripoli era già stata diffusa a luglio dal quotidiano The New Arab, che accusava le autorità militari di Khartoum di aver inviato circa 1.000 combattenti delle RSF nella Libia centrale a sostegno di Haftar. In particolare, la responsabilità veniva attribuita soprattutto al comandante sudanese Mohammad Hamdan Dagalo, meglio noto con il suo soprannome Himedti, capo delle Forze di Supporto Rapido e attualmente membro del Consiglio sovrano di transizione del Paese.

Secondo The New Arab, i 1.000 combattenti giunti in Libia sarebbero stati soltanto i primi destinati ad Haftar, su un totale stimato di circa 4.000 militari. I soldati sarebbero stati incaricati di proteggere le infrastrutture petrolifere della Libia per consentire ad Haftar di concentrarsi sull’offensiva di Tripoli, iniziata il 4 aprile.

Il rapporto confidenziale delle Nazioni Unite, di cui sono entrate in possesso diverse fonti internazionali, tra cui Agence France Press e lo stesso The New Arab, ha rilevato che la Giordania, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia hanno regolarmente violato l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite nel 2011. In più, conferma il rapporto, il Sudan ha inviato almeno un migliaio di forze paramilitari nella città orientale di Bengasi, a luglio, per proteggere le infrastrutture petrolifere mentre le truppe di Haftar continuavano l’assalto a Tripoli. Ankara avrebbe presumibilmente fornito attrezzature militari, come droni e veicoli corazzati, al governo del primo ministro internazionalmente riconosciuto, Fayez al-Sarraj, mentre Abu Dhabi e Amman sono stati accusati dall’ONU di violare l’embargo a favore di Haftar.

Consegnato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a fine di ottobre, il rapporto è stato contestato apertamente dal portavoce delle forze armate sudanesi, Aamer Mohamed al-Hasan, che ha respinto tutte le accuse. Parlando con Tiba TV, l’uomo ha definito le dichiarazioni “voci false” e ha affermato che le RSF lavorano nel rispetto delle convenzioni internazionali e delle Nazioni Unite. “L’esercito sudanese non è una compagnia di sicurezza che può essere data in affitto come si afferma in questo rapporto”, ha detto Hasan. “Queste affermazioni fanno parte di una sistematica malizia nei confronti delle istituzioni nazionali sudanesi”.

I paramilitari delle Forze di Supporto Rapido sono presenti anche in Yemen, dal 2015, dove combattono contro i ribelli Houthi come parte della coalizione guidata dai sauditi. Il gruppo paramilitare è stato più volte accusato dai gruppi per la difesa dei diritti umani di aver reclutato, con il sostegno finanziario dell’Arabia Saudita, giovani, e perfino bambini, della regione del Darfur, in Sudan, e dal vicino Ciad per combattere nello Yemen. Le RSF sono il derivato della temuta milizia Janjaweed accusata di aver compiuto in Darfur genocidi, stupri di massa e altri crimini di guerra. Secondo le stime, le RSF contano circa 30.000 uomini. Sotto Himedti, la forza paramilitare è stata anche una forza di frontiera, progettata per impedire ai migranti africani di attraversare il deserto della Libia e dell’Egitto, e una forza di contro-insurrezione per respingere i ribelli nelle zone di conflitto del Sud Kordofan e del Nilo azzurro.

Il gruppo paramilitare è accusato di primaria responsabilità nel brutale massacro del 3 giugno di oltre 100 manifestanti a un sit-in a Khartum.

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Chiara Gentili

di Redazione

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