Siria: 3 esplosioni, 6 civili morti

Pubblicato il 12 novembre 2019 alle 9:03 in Medio Oriente Siria

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Tre esplosioni hanno interessato la città di Qamishli, nel Nord-Est della Siria, nella giornata dell’11 novembre, causando la morte di 6 civili ed il ferimento di altri 22.

Nello specifico, le esplosioni sono state causate da tre autobombe, di cui una situata vicino all’ospedale della città, un’altra nei pressi di un albergo nel centro, e la terza in una strada “commerciale”. In tutti e tre i casi si è trattato di aree residenziali e commerciali affollate. I corpi dei morti e i feriti sono stati immediatamente evacuati e i vigili del fuoco hanno provveduto all’estinzione delle auto.

Non vi sono state rivendicazioni nell’immediato per le tre esplosioni, verificatisi poco dopo che lo Stato Islamico ha rivendicato la responsabilità dell’uccisione di un sacerdote cattolico armeno dalla città, mentre si dirigeva verso Deir Ezzor, nell’Est del Paese. Si trattava di un attivista di spicco in progetti di ricostruzione e accoglienza di rifugiati nella Siria orientale, a detta di un’organizzazione francese, Louvre Dorian. Quest’ultima ha altresì condannato le tre esplosioni che hanno avuto luogo, secondo quanto affermato da Louvre Dorian, vicino alle chiese di Qamishli e ha invitato la comunità internazionale e le autorità curde e siriane a garantire la sicurezza delle comunità cristiane in Siria.

La città di Qamishli è stata spesso teatro di numerosi e sanguinosi attacchi durante gli anni del conflitto in Siria. L’attentato ritenuto il peggiore viene fatto risalire al mese di luglio 2016, quando sono state uccise almeno 48 persone a seguito del bombardamento di un’autobomba. L’attacco è stato successivamente rivendicato dall’ISIS. I curdi e le forze del regime siriano hanno condiviso il controllo della città di Qamishli dal 2012, anno in cui l’esercito siriano si è gradualmente ritirato da tali aree a maggioranza curda. Damasco mantiene il controllo sulla sede del governo e sul quartier generale amministrativo, oltre ad aver stanziato alcune truppe.

Dal 9 ottobre scorso, il Nord-Est della Siria è interessato da un’ulteriore offensiva, promossa dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Quest’ultimo mira a contrastare le milizie curde, considerate da Ankara una minaccia per l’integrità territoriale del Paese, in quanto fazioni terroristiche. Dopo oltre una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo, il 17 ottobre, senza, però, porre fine ai combattimenti. Il 22 ottobre, Erdogan ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa sulla questione. Le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde da una “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km. Tra i diversi punti concordati, vi è poi l’istituzione di un centro operativo congiunto.

Al di là dell’offensiva turca, la Siria è testimone di un perdurante conflitto civile, che ha avuto inizio il 15 marzo 2011. A causa della guerra, metà dei 3 milioni di abitanti dell’area Nord- occidentale del Paese è stata costretta a rifugiarsi in altre zone della Siria, in seguito alle ripetute offensive del presidente, Bashar Al-Assad. La Turchia è sostenitrice dei ribelli, dissidenti del regime.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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