Libano: 27esimo giorno di proteste, scuole e banche chiuse

Pubblicato il 12 novembre 2019 alle 15:13 in Libano Medio Oriente

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L’ondata di proteste in Libano è giunta, il 12 novembre, al 27esimo giorno consecutivo. Scuole e banche sono chiuse ed i manifestanti continuano a bloccare le strade, chiedendo alle autorità di porre fine alla fase di stallo politico.

In particolare, i manifestanti hanno provato ad impedire ai dipendenti delle istituzioni statali di entrare nei loro uffici e hanno chiesto loro di unirsi nella forte ondata di scioperi e proteste. Ciò è accaduto soprattutto nella capitale Beirut, dove è stato il Palazzo di Giustizia ad essere bloccato. Anche gli studenti si sono uniti alla folla scesa in strada, alla ricerca di un futuro migliore, e in decine si sono riuniti davanti alla sede del Ministero dell’Istruzione della capitale. Tra le altre città interessate dalle proteste vi sono Tripoli, nel Nord del Paese, Tiro, nel Sud, e Aley. Anche qui, le compagnie di telecomunicazioni sono state costrette a chiudere, oltre a scuole e università. Numerose, inoltre, le strade bloccate.

La popolazione libanese continua a ribellarsi alla classe politica al potere e critica la mancanza di risposte concrete. A seguito delle dimissioni del primo ministro, Saad Hariri, il 29 ottobre, le consultazioni non sono state ancora avviate e ciò ha creato una fase di stasi e vuoto politico, che ha alimentato ulteriormente la rabbia dei cittadini.

Gli scioperi hanno causato una paralisi generale nel Paese, interessato altresì per settimane dalla chiusura delle banche. Dopo la riapertura della scorsa settimana, sono state poste ulteriori restrizioni ai prelievi sia per la sterlina libanese sia per il dollaro. Ciò ha provocato il malcontento dei cittadini che desiderano prelevare denaro dai loro depositi e dei dipendenti coinvolti nelle procedure bancarie. Di conseguenza, l’Unione dei sindacati dei dipendenti delle banche ha annunciato lo sciopero generale “fino al ritorno alle condizioni di normalità”. Da parte sua, il governatore della Banque du Liban, Riad Salamé, ha cercato di rassicurare i cittadini libanesi, affermando che i loro depositi sono al sicuro e che è stato richiesto a tutte le banche di riconsiderare le loro rigide procedure.

Il 12 novembre, il capo di Stato libanese, Michel Aoun, ha incontrato il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Libano, Jan Kubish, oltre agli ambasciatori in rappresentanza del gruppo di supporto internazionale. Il presidente ha informato gli interlocutori sull’attuale situazione politica ed economica del Paese e sulle cause alla base. È stata delineata una strada da proseguire, soprattutto circa la formazione del nuovo governo, da attuarsi nel futuro prossimo attraverso un processo di consultazioni. Inoltre, è stato richiesto il supporto della comunità internazionale nel gestire le problematiche attuali e nell’attuare le riforme richieste, oltre che per favorire il ritorno dei rifugiati siriani nel loro Paese.

Da parte sua, Kubish ha invitato la leadership libanese a nominare con urgenza un nuovo premier e ad accelerare il processo di formazione di un nuovo governo. Questo, a detta del coordinatore, dovrà essere composto da persone note per le loro competenze ed integrità, in linea con le aspirazioni del popolo libanese, e dovrà ottenere ampio consenso anche a livello parlamentare. In questo modo, il Libano si porrà in una posizione più favorevole per richiedere il sostegno dei partner a livello internazionale.

Kubish ha poi evidenziato che la situazione economica e finanziaria è critica e il governo e le altre autorità non possono più attendere. Il Paese necessita di misure in grado di conquistare la fiducia dei cittadini, e che garantiscano loro che i legittimi risparmi sulla vita siano al sicuro. Secondo il coordinatore, la perdurante assenza di azioni esecutive e legislative aggrava la crisi e contribuisce all’instabilità sociale.

L’ondata di mobilitazione popolare ha avuto inizio il 17 ottobre scorso. La causa diretta che ha portato migliaia di cittadini libanesi a scendere in piazza è un piano governativo che prevede l’imposizione di una nuova tassa, dal valore di circa 20 centesimi di dollari USA, relativa all’applicazione di messaggistica istantanea WhatsApp. Sebbene alcuni abbiano definito l’ondata di proteste “La rivoluzione di WhatsApp”, si tratta di un punto di svolta dopo mesi di malcontento popolare, causato dall’incapacità del governo di far fronte al debito pubblico e risolvere le problematiche nate a livello economico. I manifestanti libanesi richiedono le dimissioni dell’attuale governo e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere. Inoltre, di fronte ad una situazione politica precaria e alla mancata indizione di consultazioni dopo circa due settimane, la rabbia cresce di giorno in giorno.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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