Turchia: iniziato il rimpatrio dei foreign fighter

Pubblicato il 11 novembre 2019 alle 17:02 in Medio Oriente Turchia

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La Turchia ha intrapreso, l’11 novembre, le operazioni per il rimpatrio dei foreign fighter affiliati all’ISIS presenti sul proprio territorio.

Già il 4 novembre, le autorità turche avevano avvertito che Ankara avrebbe rimandato indietro i jihadisti catturati in Siria, Iraq e Turchia verso i loro Paesi d’origine, anche se la loro cittadinanza fosse stata revocata. Secondo quanto riferito da un funzionario turco, il primo ad essere rimpatriato è di nazionalità statunitense ed entro il 14 novembre, a detta del portavoce dell’Interno, Ismail Catakli, altri sette jihadisti di nazionalità tedesca verranno rimpatriati. Tali azioni, è stato evidenziato, sono il risultato di misure legali. Da parte sua, il ministero degli Esteri tedesco ha evidenziato che la reale appartenenza all’ISIS dei connazionali potrà essere verificata una volta ricevuti i documenti di viaggio.

Catakli ha poi dichiarato che un danese e un tedesco sono stati deportati l’11 novembre, portando così il numero dei jihadisti rimpatriati a tre. L’elenco include altresì 11 francesi, due irlandesi e altri due tedeschi, per cui sono state quasi completate le procedure di rimpatrio. Il portavoce turco aveva precedentemente criticato l’approccio dei Paesi europei verso la questione. Dal canto suo, l’Europa sta prendendo in esame un meccanismo che prevede il trasferimento dei jihadisti stranieri dalla Siria all’Iraq, così da poterli processare lì, a seguito delle accuse di crimini di guerra. L’Europa non desidera avviare processi contro i connazionali affiliati all’ISIS nel proprio territorio, in quanto teme che ciò possa provocare la reazione dei cittadini o aumentare il rischio di attentati.

La nuova mossa turca si inserisce nel quadro dell’operazione lanciata il 9 ottobre scorso nel Nord-Est della Siria, promossa dal presidente, Recep Tayyip Erdogan. Quest’ultimo mira a contrastare le milizie curde, considerate da Ankara una minaccia per l’integrità territoriale del Paese, in quanto fazioni terroristiche. Dopo oltre una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo, il 17 ottobre, senza, però, porre fine ai combattimenti. Tale operazione ha suscitato diverse preoccupazioni, tra cui quella di un possibile esodo incontrollato dei foreign fighter.

La Turchia mira a rimpatriare circa 2.500 militanti, per la maggior parte verso Paesi dell’Unione Europea. A detta del ministro dell’Interno, Süleyman Soylu, l’operazione nel Nord-Est della Siria ha portato all’arresto di circa 287 persone, tra cui anche donne e bambini. Questi si aggiungono ai 1200 membri dello Stato Islamico al momento detenuti nelle carceri turche. Tuttavia, non sono state riferite le cifre esatte o le nazionalità di coloro che si intende rispedire a casa, né sono stati riportati ulteriori dettagli sulla politica dei rimpatri.

In una precedente dichiarazione, Soylu aveva affermato, con riferimento ai combattenti dell’ISIS: “Li riporteremo sotto la nostra influenza”, evidenziando come molti sottolineano che questi dovrebbero essere processati nei Paesi dove sono stati arrestati ma ciò, per la Turchia, è inaccettabile.

I campi controllati dai combattenti curdi nella Siria Nord-orientale ospitano decine di migliaia di famiglie di membri dell’ISIS, tra cui 12.000 stranieri, 4.000 donne e 8.000 bambini. A questi si aggiungono centinaia di militanti dell’ISIS siriani e stranieri, anch’essi detenuti in prigione dopo aver giurato fedeltà allo Stato Islamico. Sei Paesi, tra cui Francia, Germania e Gran Bretagna, luogo di origine di gran parte dei combattenti detenuti nelle carceri curde, stanno valutando l’ipotesi di costituire un tribunale congiunto, formato da giudici sia internazionali sia iracheni. Tuttavia, istituire un tribunale internazionale potrebbe richiedere tempo e non incontrare l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

All’inizio della propria operazione, il 10 ottobre, Erdogan aveva minacciato l’Europa di aprire le porte verso il continente ai 3.6 milioni di rifugiati stranieri che si trovano in Turchia. La dichiarazione faceva seguito all’opposizione di Paesi europei all’offensiva in Siria, e faceva leva sul mancato impegno dell’Europa nel fornire gli aiuti promessi per la questione dei rifugiati. In base a un accordo firmato nel 2016, l’UE ha promesso ad Ankara 6 miliardi di euro in cambio di misure più severe per impedire ai rifugiati di lasciare la Turchia, ma Erdogan ha dichiarato che finora il suo Paese ha ricevuto solo 3 miliardi di euro.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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