Siria: 7 civili morti a Idlib

Pubblicato il 11 novembre 2019 alle 8:57 in Medio Oriente Siria

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Nonostante l’accordo per il cessate il fuoco, l’Osservatorio Siriano per i diritti Umani, lunedì 11 novembre, ha riferito che il governatorato di Idlib, nel Nord-Ovest della Siria, continua ad assistere a bombardamenti aerei da parte russa.

Questi hanno provocato diverse vittime civili. In particolare, nell’area di Kafar Roma, nell’area rurale meridionale del governatorato, sono stati 7 i civili morti, tra cui 3 bambini. Inoltre, diversi aerei da guerra russi hanno lanciato attacchi contro le municipalità di Kafar Sijnah e Ma’aret Hurmah e contro villaggi nel Sud e nel Sud-Est di Idlib. Anche l’area rurale settentrionale di Latakia è stata testimone di raid aerei russi nella giornata del 10 novembre, mentre le forze del regime hanno lanciato missili via terra.

Dopo circa quattro mesi di combattimenti e 950 civili morti, il 30 agosto, l’esercito russo aveva reso noto di aver accettato un cessate il fuoco unilaterale nella regione Nord-occidentale di Idlib, che avrebbe rispettato anche il regime siriano a partire dalla mattina di sabato 31 agosto. Si tratta di una regione con postazioni strategiche, in cui l’esercito siro-russo sta cercando di riguadagnare terreno attraverso operazioni via terra. Tuttavia, già a partire dal 10 settembre, tale tregua è stata violata. Uno degli ultimi attacchi risale al 14 ottobre, quando le forze aeree del regime, coadiuvate da aerei russi, hanno colpito alcuni villaggi e municipalità della Siria Nord- occidentale, tra cui Sheikh Mustafa, Deir al-Gharbi e al-Bara, provocando la morte di almeno 2 civili e ferendone altri 4.

Dal 9 ottobre scorso, il Nord-Est della Siria è interessato da un’ulteriore offensiva, promossa dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Quest’ultimo mira a contrastare le milizie curde, considerate da Ankara una minaccia per l’integrità territoriale del Paese, in quanto fazioni terroristiche. Dopo oltre una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo, il 17 ottobre, senza, però, porre fine ai combattimenti. Il 22 ottobre, Erdogan ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa sulla questione. Le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde da una “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km. Tra i diversi punti concordati, vi è poi l’istituzione di un centro operativo congiunto.

In questo complesso contesto, gli Stati Uniti sono ancora presenti nelle aree strategiche della Siria, intorno ai pozzi di petrolio, per contrastare l’ISIS e qualsiasi gruppo che minacci la produzione petrolifera siriana. A tal proposito, è del 10 novembre l’annuncio da parte statunitense secondo cui il numero di soldati delle proprie forze nel Nord della Siria dovrebbe stabilirsi intorno ai 500.

Al di là dell’offensiva turca, la Siria è testimone di un perdurante conflitto civile, che ha avuto inizio il 15 marzo 2011. A causa della guerra, metà dei 3 milioni di abitanti dell’area Nord- occidentale del Paese è stata costretta a rifugiarsi in altre zone della Siria, in seguito alle ripetute offensive del presidente, Bashar Al-Assad. La Turchia è sostenitrice dei ribelli, dissidenti del regime.

Sin dalla fine del mese di aprile 2019, la provincia di Idlib e le aree adiacenti, nel Nord-Ovest del Paese, hanno assistito ad un’escalation di bombardamenti da parte di Siria e Russia, cui si aggiungono i violenti combattimenti concentrati nell’area settentrionale di Hama. Sebbene nei primi tre mesi i combattimenti fossero concentrati soprattutto nell’area rurale di Hama, le forze del regime hanno iniziato, l’8 agosto, ad ampliare il proprio raggio di azione nella periferia meridionale di Idlib.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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