La storia di Marcelle Ninio, la spia dell’Affare Lavon

Pubblicato il 10 novembre 2019 alle 7:00 in Egitto Israele

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Marcelle Ninio, una spia israeliana coinvolta nel cosiddetto “Affare Lavon” del 1954, è morta a Ramat Gan, in Israele, all’età di 89 anni. Chi era la donna coinvolta in una delle più controverse operazioni di intelligence israeliane. 

In occasione della sua morte, il New York Times racconta la storia di Victorine Marcelle Ninio, nata il 5 novembre 1929 da una famiglia ebrea al Cairo, in Egitto. Suo padre, Ya’acov, fuggì dalla Bulgaria prima della prima guerra mondiale e supervisionò progetti come l’installazione della rete idrica presso il King David Hotel di Gerusalemme. Sua madre, Fanny, era turca. Suo padre morì quando la ragazza aveva circa 10 anni. In Egitto, Marcelle frequentò varie scuole, tra cui una per bambini ebrei e una gestita da suore cattoliche romane. Cominciò a parlare fluentemente in inglese e francese, entrò in una squadra femminile di basket e si unì a un movimento giovanile sionista.

Nel 1951, un agente dell’intelligence israeliana, Avraham Dar, era al Cairo e lavorava con il Mossad, l’agenzia di spionaggio israeliana, per reclutare giovani per la cosiddetta Unità 131, che sarà poi tristemente nota in Israele. Un amico della signora Ninio presentò Marcelle a un uomo che la portò, in seguito, a incontrare il signor Dar, noto in Egitto con il nome John Darling. La copertura di Marcelle era quella di essere stata assunta come segretaria part-time dal signor Dar. In realtà, la ragazza sarebbe il contatto per l’intelligence israeliana tra il Cairo e Alessandria. Era l’unica donna in un gruppo formato da una dozzina di egiziani.

Il team fu in gran parte inattivo fino al 1954, dopo che Gamal Abdel Nasser prese il potere in Egitto, dopo aver guidato un colpo di stato che rovesciò la monarchia del re Farouk, nel 1952. Israele temeva che Nasser nazionalizzasse il canale di Suez, bloccando l’accesso a una rotta di navigazione estremamente importante tra il Mediterraneo e le rotte orientali. La missione dell’Unità 131 era quella far esplodere una serie di ordigni, in un’operazione progettata per convincere i leader britannici e statunitensi che Nasser non poteva proteggere le loro proprietà o il loro popolo in Egitto. Tuttavia, l’operazione Susannah, come fu chiamata la missione, finì per non influenzare la politica occidentale nei confronti dell’Egitto.

Nel luglio del 1954, l’unità installò dispositivi incendiari in un ufficio postale di Alessandria e nelle biblioteche dell’Agenzia di Informazione degli Stati Uniti al Cairo e ad Alessandria. Un dispositivo destinato a esplodere in un teatro ad Alessandria è detonato nella tasca di uno degli organizzatori, dando fuoco ai suoi vestiti. Il suo arresto e quello di altri membri del gruppo preoccuparono la signora Ninio. Marcelle, il cui nome in codice era Claude, era un collegamento con gli altri agenti ma non un operativa. All’inizio dell’agosto del 1954 è fuggita dal Cairo, viaggiando in autobus per Ras El Bar, una località turistica del Mediterraneo. Mentre pranzava in un hotel, sentì una voce da un altoparlante che la chiamava per rispondere ad una telefonata. Quando ha raggiunto il telefono, le autorità egiziane l’hanno catturata e l’hanno portata in treno al Cairo, dove è stata interrogata.

Durante l’interrogatorio la donna fu schiaffeggiata e picchiata. Il fondo dei suoi piedi frustato da canne di bambù, una forma di tortura chiamata falaka. “Ho urlato, ho pianto, forse sono anche svenuta”, ha detto Marcelle in “Operazione Susannah” (1978), un documentario di Aviezer Golan. “Non ricordo. Ogni tanto fermavano i falaka e cercavano di essere persuasivi. Quando hanno fallito hanno provato con le minacce. Ancora una volta mi hanno minacciato di stupro, di essere uccisa”, ha aggiunto la donna. “E di nuovo”, raccontava la donna, “la canna di bambù ha fischiato nell’aria”. Il processo iniziò alla fine del 1954 al Cairo. Quando finì, l’anno successivo, fu dichiarata colpevole di spionaggio e condannata a 15 anni di galera. Due suoi colleghi furono invece condannati a morte per impiccagione. La donna, che non era operativa sul campo con gli esplosivi, fu mandata in una prigione femminile.

“Sapeva di essere impegnata in un’operazione illegale e pericolosa ed è stata sorpresa di trovarsi totalmente senza paura”, ha scritto il regista Aviezer Golan. “Ma a dire il vero, non era pienamente consapevole del pericolo”, ha aggiunto. Moshe Sharett, il primo ministro israeliano di quegli anni, ha dichiarato di non essere stato informato dell’operazione segreta. Poco dopo il processo, Pinhas Lavon, ministro della Difesa, si dimise. L’uomo aveva affermato di non essere a conoscenza della missione fallita, ma il colonnello Binyamin Gibli, il capo dell’intelligence militare israeliana, insistette sul fatto di aver ricevuto ordini dal signor Lavon. Intanto, Nasser finì per nazionalizzare il canale di Suez nel 1956, portando alla crisi di Suez, che culminò con l’invasione dell’Egitto da parte di Israele, Gran Bretagna e Francia. 

Lo scandalo dell’Operazione Susannah riemerse alla fine del 1960 e continuò l’anno successivo quando il Primo Ministro David Ben-Gurion si dimise brevemente dopo aver esternato il proprio disaccordo in pubblico rispetto ad un rapporto ministeriale che aveva riabilitato Lavon rispetto alle accuse di aver ordinato i bombardamenti in Egitto. Marcelle Ninio fu rilasciata nel 1968 quando lei e alcuni altri agenti israeliani furono scambiati con prigionieri egiziani che erano stati catturati durante la guerra dei sei giorni tra Israele ed Egitto del 1967. In Israele, la missione è uno dei peggiori fallimenti dell’intelligence ed è nota come “Affare Lavon” o “lo Sporco Lavoro”.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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