Iraq: altri 4 morti nelle proteste di sabato

Pubblicato il 10 novembre 2019 alle 6:00 in Iraq Medio Oriente

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Le forze di sicurezza irachene hanno ucciso almeno 4 persone, sabato 9 novembre, nel respingimento dei manifestanti a Baghdad, attraverso l’uso di proiettili veri, lacrimogeni e granate stordenti.

Nuovi scontri hanno scosso il Paese nella giornata di sabato, causando 4 morti e circa 100 feriti nella capitale, secondo la polizia e alcuni medici locali. Le forze di sicurezza sono riuscite a riprendere il controllo di tutti i ponti della città, su cui erano state innalzate barricate, tranne uno, Jumhuriya Bridge, di vitale importanza, che collega la parte residenziale a est con i distretti economici e governativi, attraversando il fiume Tigris. Un altro principale punto delle proteste è Tahrir Square. Nel corso della giornata, alcuni manifestanti hanno lanciato bombe molotov contro le forze di sicurezza su altri ponti.

Sempre sabato, al riaccendersi degli scontri, il primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, ha pronunciato un discorso in cui ha affermato che “le forze e i partiti politici hanno fatto grandi sacrifici, ma hanno anche commesso molti errori” nella gestione del Paese, riconoscendo la legittimità della protesta in merito alla necessità di un cambiamento politico e una riforma elettorale, promettendo di impegnarsi in tal senso. Il premier ha infine sottolineato il bisogno di un ripristino della “normalità” dopo settimane di agitazioni e violenze. Mahdi ha altresì affermato che le autorità vieteranno il possesso di armi a gruppi armati non statali che sono stati accusati di aver ucciso manifestanti, e che avvierà un’indagine sulla morte di tali persone.

Nell’Iraq meridionale, le normali operazioni sono state ripristinate al porto di Umm Qasr, dopo che l’approdo è rimasto chiuso per quasi 10 giorni a causa di barricate innalzate dai manifestanti, i quali impedivano l’accesso da tutte le entrate. Umm Qasr riceve importazioni di grano, olii vegetali e zucchero che costituiscono beni alimentari primari di un Paese dipendente, nel settore alimentare, in larga parte dalle importazioni.

Già venerdì 8 novembre, 2 persone avevano perso la vita nella città meridionale irachena di Bassora, mentre le forze dell’ordine disperdevano una folla di centinaia di manifestanti creatasi presso l’entrata degli uffici governativi. Nell’operazione, le forze di sicurezza avevano fatto uso di lacrimogeni e lanciato granate stordenti contro la folla di manifestanti che indossavano elmetti e armature improvvisate su una delle principali strade del centro di Baghdad. Una terza persona, rimasta ferita negli scontri presso il porto di Umm Qasr due giorni prima, è morta nella medesima giornata a causa delle ferite subite, portando il bilancio di venerdì a 3 decessi. Il giorno prima, nella serata di giovedì 7 novembre, 6 persone erano morte a Baghdad e 4 manifestanti erano stati uccisi nel governatorato di Bassora, a causa dei violenti scontri con le forze di polizia.

L’ondata di violente manifestazioni è ripresa a partire dal 25 ottobre scorso, dopo circa due settimane di tregua. Le proteste hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. I due cicli di proteste hanno causato la morte di almeno 269 manifestanti, secondo fonti mediche. 

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, già nel corso delle ultime manifestazioni, i cittadini avevano cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro.

 

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Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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