Aramco vende quote in borsa, la Cina risponde

Pubblicato il 10 novembre 2019 alle 6:30 in Arabia Saudita Cina

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Dopo la decisione relativa alla quotazione in borsa del gigante petrolifero saudita Saudi Aramco,  il Fondo per gli investimenti sino-russo (RCIF) si sta adoperando affinché investitori cinesi partecipino all’offerta pubblica iniziale.

L’organo di vigilanza della Borsa saudita ha ufficializzato il 2 novembre scorso l’apertura di un’offerta pubblica iniziale (IPO) che porterà la società saudita a vendere parte delle proprie quote in borsa a investitori pubblici, in modo da aumentare il proprio capitale. Potrebbe trattarsi di una delle IPO maggiori della storia, in cui la percentuale delle azioni di vendita dovrebbe oscillare tra 20 e 40 miliardi di dollari, pari tra l’1 e il 2%.

Lo scopo principale è quello di promuovere la diversificazione dell’economia saudita, trasformando settori chiave, tra cui turismo e risorse minerarie, in linea con la Vision 2030. Quest’ultima è un programma promosso dal Regno che include una serie di riforme volte a rendere l’Arabia Saudita indipendente dalle risorse petrolifere. Come affermato dal principe ereditario, Mohammed bin Salman, senza la IPO Riad potrebbe impiegare circa 40-50 anni per raggiungere gli obiettivi auspicati.

In tale quadro, fonti di Bloomberg hanno rivelato che imprese statali cinesi hanno pianificato di investire in Aramco tra 5 e 10 miliardi di dollari. Le tre società che stanno prendendo in considerazione l’idea di partecipare alla IPO sono la Silk Road Fund di Pechino, l’azienda statale Sinopec Corp e la China Investment Corporation, un fondo sovrano responsabile in parte della gestione della Riserva valutaria cinese.

Secondo il direttore del Fondo per gli Investimenti Diretti russo (RDIF), Kirill Dmitriev, è poco probabile che la Russia decida di investire in Aramco, considerata la forte presenza di Mosca nel settore del petrolio e del gas. Tuttavia, il RCIF potrebbe essere maggiormente interessato. Questo è un fondo di cooperazione bilaterale istituito nel mese di ottobre 2011 dalla China Investment Corporation e dal RDIF, con l’obiettivo di stimolare investimenti bilaterali.

Non da ultimo, è del 7 novembre la notizia relativa ad accordi sulle vendite di greggio per il 2020 stipulati da Saudi Aramco con cinque clienti cinesi. In questo modo, il volume totale aumenterà di 151 mila barili di petrolio al giorno, rispetto ai contratti di fornitura di quest’anno. Per la società saudita, i nuovi accordi mirano a rafforzare la propria posizione come principale fornitore di greggio in Cina e rifletteranno gli sforzi profusi per stringere relazioni strategiche ed espandere il proprio mercato. Come rivelato dalla stessa Saudi Aramco, negli ultimi tre anni, i mercati asiatici hanno rappresentato il 70% delle esportazioni di petrolio greggio.

Saudi Aramco rappresenta uno dei pilastri per l’approvvigionamento energetico mondiale. La società estrae circa il 10% del petrolio del mondo, soprattutto nell’Est del Regno, e nel 2018 ha prodotto un valore netto pari a circa 111 miliardi di dollari. Sebbene la società guadagni più di ogni altra azienda, secondo alcuni analisti, l’abbassamento dei prezzi del petrolio, la crisi climatica ed i rischi geopolitici potrebbero porre diversi dubbi agli investitori. Ciò potrebbe portare Aramco a volgere lo sguardo alle ricche famiglie locali, ai fondi sovrani o a clienti di rilievo, tra cui la Cina.

Il 14 settembre scorso, la società saudita è stata interessata da un grave attacco a due impianti petroliferi, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est del Regno, colpiti da raid aerei rivendicati dal gruppo di ribelli sciiti Houthi. L’impianto di Abaiq tratta la materia prima dell’oleodotto più grande al mondo, il gigante Ghawar, e lo esporta a Juaymah e Ras Tanura, l’impianto di carico a largo della costa, anch’esso, a sua volta, il maggiore a livello internazionale. L’attacco alle strutture petrolifere saudite ha interrotto la produzione di circa 5.7 milioni di barili di greggio giornalieri e ha spinto al rialzo i prezzi mondiali. Sebbene i ribelli Houthi abbiano dichiarato la propria responsabilità, gli Stati Uniti credono che sia l’Iran ad essere tra gli autori dell’attacco. In particolare, vi sarebbero prove che attestano la provenienza dei droni da una base iraniana, situata al confine con l’Iraq.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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