Il Libano in una situazione di stallo, Hariri rifiuta un “governo clone”

Pubblicato il 8 novembre 2019 alle 10:04 in Libano Medio Oriente

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L’ondata di mobilitazione popolare continua ad interessare il Libano, giungendo al 23esimo giorno consecutivo. Nel frattempo, un nuovo governo non accenna a formarsi e il premier, Saad Hariri, si è detto contrario a un esecutivo simile al precedente.

Le dichiarazioni del primo ministro uscente, le cui dimissioni risalgono al 29 ottobre scorso, sono giunte nel corso di un incontro con il presidente libanese, Michel Aoun, e si collocano in un clima caratterizzato non solo da fermento popolare ma anche dall’attesa di discussioni a livello politico, nel tentativo di presentare un nuovo esecutivo alla popolazione libanese. L’incontro tra Hariri e Aoun ha preso in esame la formazione del nuovo governo, oltre alla situazione economica e finanziaria del Paese. Questa, secondo i due interlocutori, deve essere affrontata con la massima urgenza.

In tale quadro, l’ex premier si è detto aperto a qualsiasi opzione ma ha ribadito che le consultazioni in corso si basano sull’idea che il futuro del Paese non può essere simile al passato, ovvero alla fase precedente all’ondata di proteste. A detta di alcune fonti, nel caso in cui Hariri sarà nominato nuovamente primo ministro, il governo si baserà sulle proprie idee. Se ciò non sarà possibile, il premier è disposto a cedere il proprio posto.

Al momento, non è stata definita alcuna data per l’inizio delle consultazioni volte a decretare un nuovo premier. A tal proposito, Aoun ha affermato che, prima di discutere delle personalità da nominare, preferisce definire l’assetto del futuro esecutivo, attraverso un accordo politico. La popolazione libanese, dal canto suo, richiede un governo tecnocratico, formato da esperti e persone dotate di competenze, in grado di mettere in atto le riforme auspicate. Idea, quest’ultima, avallata dallo stesso capo di Stato ma che ha incontrato il rifiuto da parte di alcuni blocchi parlamentari, i quali preferirebbero un governo formato sia da tecnocrati sia da personalità politiche.

Secondo quanto affermato da Hariri, le consultazioni sono al momento caratterizzate da un circolo vizioso, alla luce del rifiuto del Free Patriotic Movement e di Hezbollah verso un governo in grado di rispondere alle esigenze del popolo. Per loro, a detta del premier, è come se le proteste non fossero mai iniziate. Il primo ministro ha affermato che per gli oppositori bisognerebbe replicare il precedente governo, con l’obiettivo di preservare l’equilibrio raggiunto con le elezioni di maggio 2018. Secondo alcuni analisti, il timore di Hezbollah e dei propri sostenitori è che un governo tecnocratico possa dare maggiore spazio all’influenza statunitense in Libano, a discapito di Teheran.

Nel frattempo, il popolo libanese, a cui si sono uniti anche studenti liceali e universitari, continua a protestare per la quarta settimana, radunandosi di fronte alle sedi delle istituzioni ufficiali della capitale Beirut e di altre aree del Paese, così come nei pressi delle abitazioni di funzionari e rappresentanti parlamentari.  

L’ondata di mobilitazione popolare ha avuto inizio il 17 ottobre scorso. La causa diretta che ha portato migliaia di cittadini libanesi a scendere in piazza è un piano governativo che prevede l’imposizione di una nuova tassa, dal valore di circa 20 centesimi di dollari USA, relativa all’applicazione di messaggistica istantanea WhatsApp. Sebbene alcuni abbiano definito l’ondata di proteste “La rivoluzione di WhatsApp”, si tratta di un punto di svolta dopo mesi di malcontento popolare, causato dall’incapacità del governo di far fronte al debito pubblico e risolvere le problematiche nate a livello economico. I manifestanti libanesi richiedono le dimissioni dell’attuale governo e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere.

Le ultime elezioni in Libano risalgono al 6 maggio 2018 e hanno fatto seguito a 9 mesi di impasse a livello politico. In tale occasione, i 128 seggi in Parlamento sono stati contesi da 583 candidati. Anche in quel caso, il Paese viveva una situazione complicata, a causa di diverse crisi interne aggravate da una serie di attacchi e dai flussi di rifugiati provenienti dalla vicina Siria, dove la guerra civile imperversa da 7 anni. Non da ultimo, tra il 2014 e il 2016, il governo e l’opposizione non erano riusciti a trovare un accordo per l’elezione di un nuovo presidente, decidendo per 3 volte di ritardare le elezioni.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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