Iraq: 10 morti tra Bassora e Baghdad

Pubblicato il 8 novembre 2019 alle 8:51 in Iraq Medio Oriente

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La polizia irachena e altre fonti mediche hanno riferito che, nella sera di giovedì 7 novembre, almeno 6 persone sono morte a Baghdad e 4 manifestanti sono stati uccisi nel governatorato di Bassora, a causa dei violenti scontri con le forze di polizia.

Il bilancio delle vittime include altresì 100 feriti tra i manifestanti radunatisi davanti all’edificio del governatorato di Bassora, provocati dagli spari delle forze dell’ordine, nel tentativo di disperdere la folla. In particolare, secondo quanto riferito dalle fonti, decine di cittadini iracheni avevano organizzato un sit-in davanti al palazzo, montando altresì tende.

Nella capitale, invece, le misure di repressione hanno interessato soprattutto il ponte dei Martiri, situato nel centro di Baghdad, dove sono stati impiegati proiettili veri contro i manifestanti che cercavano di attraversare il ponte. Secondo quanto riferito dal comando operativo della capitale, sono stati emessi ordini per l’arresto degli agenti di polizia che hanno sparato contro la folla.

Nonostante il crescente numero di vittime, i manifestanti iracheni continuano a radunarsi in piazza Tahrir, luogo simbolo delle proteste situato nel centro di Baghdad, ribellandosi contro la corruzione e chiedendo riforme. I cittadini si sono detti determinati a continuare i sit-in e hanno condannato l’assenza di una risposta autentica da parte delle autorità.

Di fronte a tale scenario, il 7 novembre, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è detto preoccupato per la situazione in Iraq e per il crescente numero di morti e feriti, ed ha invitato a condurre indagini sulle azioni violente perpetrate. Il quadro inquietante ha spinto Guterres ad esortare le parti coinvolte a porre fine alle violente misure di repressione e ad instaurare un dialogo tra governo e manifestanti. Per l’Onu, anche il blocco delle strade e delle infrastrutture vitali è motivo di preoccupazione e, pertanto, è stato sottolineato che la salvaguardia delle strutture pubbliche è una responsabilità collettiva.

Nel frattempo, il primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, ha affermato che, nel corso dei precedenti governi, circa 5.000 progetti relativi a servizi pubblici, dal valore di 17 miliardi di dollari, sono stati sospesi a causa della scarsa pianificazione e gestione. Le parole sono giunte nel corso di una riunione del Consiglio dei ministri, trasmesso dalla televisione di Stato, in cui è stato altresì evidenziato che il bilancio dello Stato iracheno è segnato da anormalità che hanno contribuito ad aggravare il debito e la disoccupazione. Mahdi ha poi promesso fondi per soddisfare le richieste dei manifestanti ma ha ribadito che non si dimetterà fino a quando non vi sarà un’alternativa plausibile che non comporti un vuoto costituzionale.

L’ondata di violente manifestazioni è ripresa a partire dal 25 ottobre scorso, dopo circa due settimane di tregua. Le proteste hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. I due cicli di proteste hanno causato la morte di almeno 269 manifestanti, secondo fonti mediche.

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, già nel corso delle ultime manifestazioni, i cittadini avevano cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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