Giordania: al via il rimpasto di governo, attese riforme economiche

Pubblicato il 8 novembre 2019 alle 11:59 in Giordania Medio Oriente

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Il sovrano della Giordania, il re Abdullah II, ha emesso, il 7 novembre, l’ordinanza relativa al rimpasto di governo del proprio regno.

Si tratta della quarta ondata di modifiche da quando il primo ministro, Omar Razzaz, è salito al governo, il 5 giugno 2018. Questa prevede l’ingresso di 9 nuovi ministri, i quali hanno prestato giuramento dinanzi al monarca giordano nella giornata del 7 novembre, mentre tra i ministri rimasti invariati vi sono quello dell’Interno e quello degli Affari Internazionali.

Uno dei cambiamenti ha visto la nomina al Ministero delle Finanze per Mohammad Issis, un economista formatosi ad Harvard, ex consigliere di Abdullah II per gli affari economici. Negli ultimi mesi, Issis ha assunto il ruolo di ministro per la Pianificazione e la Cooperazione internazionale mentre il suo compito futuro sarà quello di supervisionare il programma economico concordato dal Regno hashemita con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel 2016. Un programma, questo, che negli ultimi tre anni è stato attuato lentamente.

Un’altra modifica ha visto la separazione del Ministero dell’Ambiente dal Ministero dell’Agricoltura, e del Ministero della Gioventù dal Ministero della Cultura. Inoltre, l’ex vicepremier, Rajai Muasher,ha lasciato il governo.

Secondo quanto affermato da Razzaz, le modifiche a livello governativo sono il preludio per una fase successiva di riforme che interesseranno soprattutto l’ambito economico e finanziario. Queste avranno l’obiettivo di stimolare l’economia del Regno, con lo sguardo rivolto verso il mercato immobiliare e gli investimenti, e avranno un impatto significativo sull’intera popolazione.

Razzaz si è detto a favore delle riforme promosse dal FMI, in quanto la Giordania non può più sostenere un settore pubblico in cui i salari richiedono 13 miliardi del bilancio, in un momento in cui il Regno deve far fronte ad un debito pubblico pari a circa 40 miliardi di dollari. Pertanto, le nuove riforme cercheranno di ridurre gradualmente il debito, pari attualmente al 94% del Pil.

La Giordania sta assistendo ad un clima delicato sin dall’inizio del 2018, quando il governo ha aumentato il prezzo del pane ed ha imposto nuove tasse su molti beni, generalmente soggetti a un’imposta sulle vendite del 16%. A ciò è stato aggiunto un incremento dell’imposta sul reddito, oltre a nuovi dazi doganali e tasse. Nello stesso periodo, il primo ministro allora in carica, Hani Mulki, si è dimesso ed il re Abdullah II ha insignito al suo posto un ex funzionario della Banca Internazionale, nonché ministro dell’Istruzione, ovvero Omar Razzaz. Tuttavia, a causa dell’elevata inflazione, nell’ultimo anno i prezzi dei beni sono saliti alle stelle mentre gli introiti dei cittadini non hanno subito modifiche.

Tra gli episodi più recenti, circa 3.000 insegnanti, il 3 ottobre, hanno partecipato ad un sit-in davanti agli uffici delle associazioni di categoria della capitale Amman. L’accaduto ha fatto seguito ad un mese di sciopero, in cui è stato chiesto al governo giordano un aumento degli stipendi.

Come segnalato dal Consiglio Supremo per la popolazione, la Giordania sta affrontando gli effetti della crisi economica globale, che ha contribuito al declino degli investimenti diretti esteri e delle rimesse dei giordani che lavorano all’estero, oltre a limitare le opportunità di lavoro produttivo. Ciò ha avuto delle conseguenze negative anche per il tasso di povertà del Regno hashemita. Secondo dati ufficiali, l’economia giordana sta assistendo, da anni, al calo del tasso di crescita, rimasto al di sotto del 2%. A questo si accompagna l’aumento del tasso di disoccupazione, pari a circa il 19,5%, e un indice di povertà del 15,7%, che equivale a 1.069 milioni di cittadini.

Un’ulteriore sfida è rappresentata dai rifugiati siriani. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, al 30 giugno 2019 la Giordania ospitava 753.376 rifugiati, che, rapportati al totale della popolazione giordana, pari a 10.300.000 abitanti, ne rappresentano il 7,2%. Il fenomeno continua ad esercitare pressioni su diversi settori e servizi, nonché sulle risorse del Paese, di per sé non abbondanti. A tal proposito, vi sono stati costi e oneri aggiuntivi per l’istruzione, la sanità, le risorse idriche e altri servizi, influendo negativamente sulla qualità della vita del popolo giordano e sui piani di Amman per ridurre la povertà.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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