Proteste in Iraq: gli ultimi sviluppi e gli scenari futuri

Pubblicato il 7 novembre 2019 alle 12:47 in Iraq Medio Oriente

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La capitale Baghdad e le altre aree centrali e meridionali dell’Iraq continuano ad assistere, nella giornata del 7 novembre, alla violenta ondata di proteste, ripresa il 25 ottobre scorso.

Tuttavia, la natura degli slogan e dei partecipanti dimostra un cambiamento ed un passaggio ad una nuova fase, che vede il coinvolgimento di intere famiglie in numerose piazze e campi del Paese. Nelle ultime ore, le città di Mosul e Anbar sono state testimoni dell’arresto di studenti scesi in piazza non solo per protestare ma anche per distribuire volantini in cui si invita la popolazione a sostenere i manifestanti con denaro e medicinali, soprattutto verso il Sud di Baghdad.

Sono centinaia i manifestanti nella capitale, dove nella serata del 6 novembre un medico, nonché persona di spicco tra i gruppi di piazza Tahrir, è stato ucciso da un proiettile. Inoltre, numerosi ponti sono stati chiusi, tra cui quello che conduce alla Green Zone, un’area fortificata sede di ambasciate e uffici governativi, contribuendo ad aumentare il traffico ed il caos a Baghdad.

Nel frattempo, il ponte Umm Qasr, nel distretto meridionale di Bassora, ha riaperto i battenti, dopo che i manifestanti ne avevano bloccato l’accesso. Secondo quanto riportato da al-Jazeera, le Nazioni Unite, invece, stanno provando a fungere da mediatori tra il governo ed i manifestanti. In particolare, il rappresentante delle Nazioni Unite in Iraq, Jenin Blachart, ha organizzato il primo incontro, a Baghdad, con i rappresentanti dei manifestanti, con il fine di canali di dialogo con l’esecutivo.

Sempre il 7 novembre, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è detto preoccupato per la situazione in Iraq e per il crescente numero di morti e feriti ed ha invitato a condurre indagini sulle azioni violente perpetrate.

Il premier, Adel Abdul Mahdi, ha discusso con il governo del nuovo bilancio, promettendo di stanziare fondi per i manifestanti, volti a rispondere alle loro richieste. Tuttavia, il premier ha ribadito che non si dimetterà fino a quando non vi sarà un’alternativa plausibile che non comporti un vuoto costituzionale.

L’ondata di violente manifestazioni è ripresa a partire dal 25 ottobre scorso, dopo circa due settimane di tregua. Le proteste hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. I due cicli di proteste hanno causato la morte di almeno 269 manifestanti, secondo fonti mediche.

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, già nel corso delle ultime manifestazioni, i cittadini avevano cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro.

Secondo un ricercatore del Middle East Institute, Fanar Haddad, il cambiamento in Iraq sembra inevitabile, ma non avverrà dall’oggi al domani. Inoltre, lo Stato costruito dal 2003 non si arrenderà senza aver prima combattuto. Per Haddad, l’ondata di proteste ha messo in evidenza l’assenza di un potere decisionale centrale, oltre ad un mancato rispetto dei diritti umani. Ciò, nell’ultimo mese, ha avuto conseguenze disastrose, pari a più di 250 morti.

Gli scenari futuri probabili, secondo Haddad sono tre. Il primo prevede che le proteste continueranno per mesi, con la formazione di organizzazioni politiche che medieranno tra governo e manifestanti. Un’altra eventualità è che il Paese assista ad una fase prolungata di controversie e obiezioni alle nuove modifiche del sistema politico, in cui si spera che il popolo avrà più voce in capitolo. Infine, a detta di Haddad, potrebbero essere le forze repressive a trionfare, portando a un regime più dittatoriale.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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