Libano: studenti in piazza, al via le indagini per corruzione

Pubblicato il 7 novembre 2019 alle 9:53 in Libano Medio Oriente

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La mobilitazione popolare in Libano è giunta, il 7 novembre, al 22esimo giorno consecutivo. A protestare nella giornata di giovedì sono soprattutto studenti.

Questi ultimi si sono radunati in diverse aree del Paese, da Nord a Sud, tra cui anche nella capitale Beirut, dove si sono concentrati in particolare davanti alla sede del Ministero dell’Istruzione, bloccando completamente la strada che conduce all’edificio. Diversi manifestanti si sono radunati davanti a banche e strutture pubbliche a Tripoli, chiedendo ai dipendenti di lasciare i loro uffici e unirsi alle proteste.

Altre istituzioni interessate sono state la filiale della Banca centrale del Libano, l’ente statale per l’elettricità, il Dipartimento della Pubblica Istruzione e un gran numero di banche. Non da ultimo, numerosi cittadini stanno chiudendo le scuole nella città di Mina e Tripoli. A Sidone, nel Sud del Libano, è stato proclamato lo sciopero generale delle scuole pubbliche e private fino a domenica 10 novembre, con l’obiettivo di fare pressione sul governo e far sì che vengano soddisfatte le richieste dei manifestanti.

L’ondata di mobilitazione popolare ha avuto inizio il 17 ottobre scorso. La causa diretta che ha portato migliaia di cittadini libanesi a scendere in piazza è un piano governativo che prevede l’imposizione di una nuova tassa, dal valore di circa 20 centesimi di dollari USA, a partire dal 2020. Questa riguarda l’applicazione di messaggistica istantanea WhatsApp e, nello specifico, la prima chiamata effettuata dagli utenti di uno dei mezzi di comunicazione divenuti essenziali per il Medio Oriente e altre aree del mondo. Sebbene alcuni abbiano definito l’ondata di proteste “La rivoluzione di WhatsApp”, si tratta di un punto di svolta dopo mesi di malcontento popolare, causato dall’incapacità del governo di far fronte al debito pubblico e risolvere le problematiche nate a livello economico.

I manifestanti libanesi richiedono le dimissioni dell’attuale governo e il contrasto alla corruzione dilagante tra i membri della classe politica al potere. A tal proposito, il 29 ottobre scorso, il premier Saad Hariri si è dimesso ma, al momento, non è stata ancora stabilita una data per le consultazioni volte a nominare un nuovo primo ministro. Ciò ha creato un vuoto politico per l’esecutivo di Beirut. Il presidente, Michel Aoun, sostiene l’idea di un governo tecnocratico, composto da membri dotati di buone capacità ed esperienze, in grado di mettere in atto le riforme politiche ed economiche auspicate, volte a risanare un Paese indebolito a causa di un enorme debito pubblico e di una crisi finanziaria.

Nel frattempo, il 6 novembre, ha avuto inizio la campagna giudiziaria contro la corruzione. In particolare, il procuratore generale, Ali Ibrahim, ha ascoltato le dichiarazioni dell’ex premier e ministro delle Finanze, Fouad Siniora, circa l’erogazione di 11 miliardi di dollari, sborsati nel periodo del suo mandato, dal 2006 al 2008, di cui non è nota la destinazione. Anche altri 13 dipendenti del governo sono sotto processo.

In tale quadro, il presidente Aoun, il 6 novembre, si è detto determinato a contrastare il fenomeno della corruzione in Libano e ha affermato che le indagini avviate su funzionari attuali o precedentemente in carica non escluderanno nessuno. In seguito alla formazione di un nuovo governo, ha specificato il presidente, si troveranno soluzioni immediate al problema, in collaborazione con la Banca mondiale. Non da ultimo, il capo di Stato libanese ha parlato dell’istituzione di un tribunale speciale per i reati finanziari e ha evidenziato la propria determinazione nel recuperare i fondi pubblici precedentemente sottratti alle casse dello Stato.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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