Erdogan: gli USA non stanno rispettando i patti in Siria

Pubblicato il 7 novembre 2019 alle 17:15 in Siria Turchia

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Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato che gli Stati Uniti non stanno rispettando gli impegni che si erano presi nel Nord-Est della Siria e ha aggiunto che solleverà il problema quando incontrerà il presidente USA, Donald Trump. 

Erdogan discuterà con Trump della situazione in Siria in occasione di una visita a Washington, prevista per il 13 novembre. Tuttavia, il presidente turco ha già denunciato il mancato rispetto degli accordi, che prevedevano un ritiro completo delle forze curde dal confine con la Turchia. Erdogan ha affermato che i combattenti dell’Unità di Protezione del Popolo curdo, le YPG, si trovano ancora nella striscia di confine tra i due Paesi. Inoltre, alcuni funzionari di Ankara avevano suggerito che Erdogan avrebbe potuto annullare la visita negli Stati Uniti in segno di protesta per la decisione della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti di riconoscere le uccisioni di massa della popolazione armena, avvenuti un secolo fa, come genocidio. 

Quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso di ritirare le truppe dal Nord-Est della Siria, l’8 ottobre, ha di fatto abbandonato le YPG, spianando la strada ad un’operazione militare turca contro i militanti curdi. Tale offensiva è stata lanciata il 9 ottobre e veniva identificata con il nome di Operazione “Fonte di pace”. Dopo oltre una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo, il 17 ottobre. Tuttavia, i combattimenti sono continuati in alcune città. Il 22 ottobre, in fine Erdogan ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa sulla questione. Le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde da una “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km. Tra i diversi punti concordati, vi è poi l’istituzione di un centro operativo congiunto.

L’operazione in Turchia, secondo Erdogan, era necessaria per salvaguardare la sicurezza turca contro i militanti curdi. Le Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle YPG, sono state il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria. Tuttavia, negli ultimi anni, erano riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica” a causa di legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Quest’ultimo, da decenni, ha condotto una campagna armata per raggiungere l’autonomia in Turchia ed è considerato un’organizzazione illegale da Ankara.

In questo complesso contesto, gli Stati Uniti sono ancora presenti nelle aree strategiche della Siria, intorno ai pozzi di petrolio, per contrastare l’ISIS  e qualsiasi gruppo che minacci la produzione petrolifera siriana. Questa è vitale, secondo gli USA, per supportare la lotta curda contro lo Stato Islamico e le forze del regime siriano non possono, per il momento, accedervi. Inoltre, al confine tra Siria e Turchia non è chiaro se l’area sia coperta dagli accordi USA-Turchia o Russia-Turchia. “L’YPG e tutte le forze armate si sono certamente ritirate dalla stragrande maggioranza della nostra area”, ha detto un funzionario statunitense informato sui fatti. Intanto, la situazione sul campo è ancora tesa, con numerosi scontri. Secondo quanto riferito da Erdogan il 7 novembre, almeno 11 combattenti dell’Esercito Nazionale Siriano (SNA), truppe siriane musulmane appoggiate dalla Turchia, sono rimasti uccisi dal fuoco curdo.”Questi terroristi stanno attaccando l’SNA e l’SNA si sta vendicando. Ci sono 11 martiri dell’SNA questa mattina. Molti altri sono stati uccisi dall’altra parte “, ha affermato il presidente turco.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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