Manifestazioni in Iraq: ancora morti e feriti

Pubblicato il 6 novembre 2019 alle 15:07 in Iraq Medio Oriente

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Secondo quanto riferito da fonti di sicurezza il 6 novembre, le forze antisommossa irachene hanno impedito l’assalto degli edifici governativi di Kerbala e Bassora, nel Sud dell’Iraq, causando la morte di un manifestante ed il ferimento di altri 30.

In particolare, a detta di un agente della polizia di Kerbala, centinaia di manifestanti hanno provato a dare fuoco alla sede del governatorato ma sono stati frenati dalle forze dell’ordine, che hanno utilizzato gas lacrimogeni e proiettili vivi per disperdere la folla. Anche a Bassora si sono verificati episodi simili. Inoltre, secondo il comitato per i diritti umani, 6 manifestanti sono stati arrestati.

Sempre a Bassora, il 6 novembre, i manifestanti hanno bloccato l’accesso alla raffineria di petrolio del governatorato, impedendo altresì l’ingresso ai camion trasportanti carburante e causandone carenze nella distribuzione. Al porto di Umm Qasr, situato nell’estremo Sud del Paese, altri due manifestanti sono morti a seguito delle operazioni delle forze di polizia, che hanno tentato di reprimere il sit-in organizzato nell’area. Altri 4 sono, invece, rimasti gravemente feriti. Anche il 29 ottobre scorso, i dipendenti locali avevano dichiarato che le operazioni nel porto erano diminuite di circa l’80%, dopo che i manifestanti ne avevano bloccato l’ingresso. È da qui che il Paese riceve le importazioni di grano, oli vegetali e zucchero, così come carichi di risorse indispensabili per una popolazione dipendente dal cibo importato.

Il centro della capitale irachena, Baghdad, è stato testimone di crescenti tensioni dopo il riversarsi di manifestanti in diverse strade della città e la chiusura di alcune di esse, a causa delle continue proteste in piazza Tahrir, per il 13esimo giorno consecutivo. Sono stati almeno 13 i manifestanti morti fino alle 24 del 5 novembre. Nel frattempo, il comando operativo di Baghdad ha annunciato la revoca del coprifuoco notturno nella capitale irachena, precedentemente annunciato ma mai pienamente rispettato.

L’ondata di violente manifestazioni è ripresa a partire dal 25 ottobre scorso, dopo circa due settimane di tregua. Le proteste hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. I due cicli di proteste hanno causato la morte di almeno 269 manifestanti, secondo fonti mediche.

I leader iracheni hanno promesso riforme ed elezioni anticipate ma ciò potrebbe richiedere tempo. Dal canto suo, il primo ministro, Adel Abdul Mahdi, si è rifiutato di dimettersi senza un’alternativa plausibile. Secondo il premier, le dimissioni del governo, nel momento attuale, potrebbero causare un vuoto politico e portare l’Iraq verso l’ignoto.

Il segretario generale della Federazione internazionale degli studiosi musulmani, Ali Mohiuddin al-Karadaghi, ha definito le proteste “una rivoluzione contro la tirannia e il settarismo” che hanno rovinato il Paese, rendendolo corrotto. Si tratta di “una rivoluzione contro l’interferenza di Paesi stranieri, contro la corruzione che ha sperperato 600 miliardi di dollari di ricchezza, una rivoluzione contro la povertà, la fame, il cibo scadente, e la mancanza di acqua e medicine nella terra del bene” è stato aggiunto.

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, già nel corso delle ultime manifestazioni, i cittadini avevano cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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