Iraq: 12 giorni, 260 morti

Pubblicato il 5 novembre 2019 alle 9:01 in Iraq Medio Oriente

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Le proteste in Iraq sono giunte, il 5 novembre, al 12esimo giorno consecutivo. L’ultimo bilancio delle vittime ammonta a 260 morti.

In particolare, nella sola giornata del 4 novembre, è stata riportata la morte di almeno 5 manifestanti e il ferimento di circa altri 100 nella capitale Baghdad. Questi sono stati provocati mentre le forze di sicurezza hanno provato a bloccare i cittadini iracheni sul ponte al-Ahrar, che conduce alla sede del primo ministro, Adel Abdul Mahdi. I manifestanti erano riusciti ad avanzare ma le forze dell’ordine li hanno frenati, impiegando gas lacrimogeni e proiettili vivi.

Inoltre, secondo quanto riferito dall’Osservatorio NetBlocks per il monitoraggio di internet, nella capitale Baghdad e in gran parte del Paese il servizio è stato sospeso per ore nella giornata del 4 novembre. Le connessioni Internet pubbliche sono scese al di sotto del 19% rispetto ai livelli normali, e decine di milioni di utenti a Baghdad sono rimaste senza connessione. Anche Bassora, Karbala e altri centri abitati sono stati interessati da tale malfunzionamento. A detta dell’Osservatorio, si è trattato di una delle maggiori sospensioni della rete internet mai assistita nella capitale.

Nel frattempo, il porto di Umm Qasr, situato nell’estremo sud dell’Iraq, nel governatorato di Bassora, è stato riaperto dopo che le forze di sicurezza hanno sbloccato, con la forza, un sit-in organizzato nell’area. I dipendenti locali avevano dichiarato, il 29 ottobre, che le operazioni nel porto erano diminuite di circa l’80%, dopo che i manifestanti avevano bloccato l’ingresso. È da qui che il Paese riceve le importazioni di grano, oli vegetali e zucchero, così come carichi di risorse indispensabili per una popolazione dipendente dal cibo importato.

A Karbala, invece, città situata a circa 100 km a Sud-Ovest di Baghdad, i manifestanti hanno continuato a protestare per il secondo giorno consecutivo, nei pressi del consolato iraniano. Il motivo delle proteste è l’ingerenza dell’Iran negli affari interni del Paese. In particolare, i cittadini hanno nuovamente sollevato la bandiera irachena ed abbassato quella iraniana e messo un cartello con su scritto: “Chiuso dal popolo”. Nella notte tra il 3 e 4 novembre, sono stati 3 i manifestanti morti a Karbala.

L’ondata di violente manifestazioni è ripresa a partire dal 25 ottobre scorso, dopo circa due settimane di tregua. Le proteste hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. 

Il segretario generale della Federazione internazionale degli studiosi musulmani, Ali Mohiuddin al-Karadaghi, ha definito le proteste “una rivoluzione contro la tirannia e il settarismo” che hanno rovinato il Paese, rendendolo corrotto. Si tratta di “una rivoluzione contro l’interferenza di Paesi stranieri, contro la corruzione che ha sperperato 600 miliardi di dollari di ricchezza, una rivoluzione contro la povertà, la fame, il cibo scadente, e la mancanza di acqua e medicine nella terra del bene” è stato aggiunto.

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, già nel corso delle ultime manifestazioni, i cittadini avevano cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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