Proteste in Iraq: no all’interferenza iraniana

Pubblicato il 4 novembre 2019 alle 10:45 in Iran Iraq

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Migliaia di manifestanti iracheni si sono radunati, nella notte tra il 3 e il 4 novembre, davanti al consolato iraniano di Karbala, in segno di protesta contro l’ingerenza dell’Iran negli affari interni iracheni. Nel frattempo, a Baghdad e in altri governatorati meridionali del Paese, si prevede uno sciopero generale per il 4 novembre.

Quest’ultimo durerà, a detta degli attivisti, fino a quando le richieste del popolo iracheno non verranno soddisfatte, e ha l’obiettivo di esercitare maggiori pressioni sulle autorità irachene.

Circa l’episodio di Karbala, fonti mediche hanno riferito della morte di 3 manifestanti e 12 feriti, anche tra le forze dell’ordine. Secondo fonti locali, migliaia di manifestanti hanno bloccato la strada che portava al consolato iraniano, dopo aver bruciato pneumatici sulla strada ed aver posto la bandiera irachena sul muro del consolato. In risposta, le autorità irachene hanno utilizzato gas lacrimogeni e sparato proiettili in aria per disperdere la folla. I cittadini iracheni contestano sia l’interferenza di Teheran sia quanto affermato recentemente dal leader iraniano Ali Khamenei, secondo cui la mobilitazione popolare in Iraq è segnata da atti di vandalismo.

Nel frattempo, diverse ondate di mobilitazione hanno interessato la capitale Baghdad, dove la popolazione ha continuato a radunarsi sul ponte al-Jumhuriya, che conduce alla cosiddetta Green zone, emblema della classe politica al potere in quanto sede di uffici governativi ed ambasciate. La Commissione per i diritti umani irachena ha invitato i manifestanti alla tregua e a rimanere in zone circoscritte, sottolineando altresì il pericolo di un eventuale crollo del suddetto ponte. Non da ultimo, le forze di sicurezza sono state esortate a garantire l’ordine ma mettendo fine a repressioni violente.

È del 29 ottobre scorso la dichiarazione del leader del movimento sadrista, Muqtada al-Sadr, con cui ha invitato il leader di al- Fatah, Hadi al-Amiri, a capo di un’alleanza supportata da membri delle milizie filo-iraniane, a cooperare per rovesciare il primo ministro, appoggiandolo in un voto di sfiducia. Al-Amiri, dal canto suo, si è detto pronto a collaborare, al fine di soddisfare gli interessi del popolo iracheno e salvare il Paese.

Dal canto suo, il primo ministro, Adel Abdul Mahdi, in un discorso di domenica 3 novembre, a più di un mese dall’inizio dell’ondata di proteste, ha esortato il popolo iracheno a ristabilire una situazione di normalità, negando gli attacchi da parte delle forze di polizia, le quali hanno semplicemente risposto a dei “fuorilegge”. Il premier ha poi evidenziato che la situazione attuale rappresenta una minaccia per gli interessi petroliferi del Paese, a fronte delle gravi perdite subite ma che, fino ad ora, le manifestazioni hanno portato ad una mobilitazione politica, spingendo le autorità al potere a rivedere le proprie posizioni.

La popolazione irachena è scesa in piazza il 25 ottobre scorso, dopo circa due settimane di tregua dalla prima ondata di proteste, iniziata il 1° ottobre. Tra le cause principali del malcontento popolare vi è il malfunzionamento di governo e servizi, corruzione e disoccupazione, soprattutto giovanile. Con l’’incrementarsi delle proteste, i cittadini hanno cominciato altresì a chiedere le dimissioni dell’attuale classe politica al potere.

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Il capo di Stato, Barham Saleh, il 31 ottobre, ha promesso l’indizione di elezioni parlamentari anticipate, non appena la legge elettorale verrà approvata. Si è trattato del primo discorso dopo settimane di silenzio, in cui è stato sottolineato che Mahdi è pronto a farsi indietro ma, al momento, non vi è nessun altro che possa prendere il suo posto. Per Saleh, vi è dapprima bisogno di un accordo tra le diverse parti politiche circa un’alternativa plausibile, con l’obiettivo di evitare un vuoto costituzionale.

La costituzione irachena, del 2005, prevede che il premier possa essere sottoposto ad un voto di sfiducia su richiesta o del presidente o di altri legislatori. Tuttavia, non viene affrontata la questione delle dimissioni. Non da ultimo, in Iraq vi è un sistema politico confessionale, secondo cui il capo di Stato deve essere curdo, il primo ministro musulmano sciita ed il presidente del Parlamento sunnita.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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