L’uccisione di al-Baghdadi e la sicurezza delle città europee

Pubblicato il 3 novembre 2019 alle 6:01 in Europa Il commento

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Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

L’uccisione di al Baghdadi porta una buona notizia nel presente e una meno buona nel futuro.

Nel breve periodo, giunge la conferma che l’esercito americano è più forte di qualsivoglia organizzazione terroristica. Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo decisivo prima nell’abbattimento dello Stato Islamico e poi nell’uccisione del suo califfo. L’esaltazione collettiva causata dalla nascita del Califfato è crollata, con ricadute benefiche per la sicurezza dell’Europa. L’eccitazione jihadista è infatti soggetta a ondate cicliche. Quando i jihadisti mettono a segno un successo importante, come la costruzione di uno Stato, l’effervescenza collettiva cresce, i processi di radicalizzazione s’intensificano e gli attentati aumentano.

Nel medio periodo, le notizie sono meno esaltanti. In primo luogo, l’uccisione di al Baghdadi dà ragione ad al Qaeda e accresce la sua forza di attrazione. Questo non è un bene per la sicurezza delle città occidentali. L’Isis era concentrato soprattutto contro il “nemico vicino”, mentre al Qaeda predilige colpire il “nemico lontano”. In origine, al Baghdadi non aveva intenzione di attaccare le città europee. Essendo interessato a rovesciare i governi mediorientali, aveva pianificato gli attacchi contro Parigi e Bruxelles per indurre la Francia e il Belgio ad arrestare i bombardamenti contro le proprie roccaforti. La strategia di al Baghdadi era di attirare i jihadisti francesi in Siria e non di spingere i jihadisti siriani in Francia. Il terrorismo è sempre un male. Tuttavia, con al Qaeda, è un male soprattutto per le città occidentali, con l’Isis, soprattutto per quelle mediorientali.

L’uccisione di al Baghdadi accresce la forza di al Qaeda giacché al Zawahiri aveva ammonito al Baghdadi di non edificare il califfato: “I tempi non sono maturi”, gli aveva detto. Il califfato, secondo al Qaeda, dev’essere costruito procedendo dal basso verso l’alto: prima il consenso popolare e poi l’edificio statale. Al Baghdadi, invece, aveva una concezione più “leninista” del processo rivoluzionario: lo Stato si conquista con la forza e viene imposto alla popolazione con il terrore: la presa del potere precede la conquista del consenso. I fatti hanno dato ragione ad al Qaeda: l’Isis, perdute le roccaforti, è tornato a essere un’organizzazione clandestina come al Qaeda, e il suo capo è stato ucciso.

È lecito chiedersi se l’uccisione di al Baghdadi in Siria abbia qualcosa a che vedere con i mutamenti in corso in quel Paese martoriato. La risposta è no. La ricerca di uomini come al Baghdadi è una priorità nazionale degli Stati Uniti e non muta con il mutare delle relazioni internazionali. Al contrario, gli Stati Uniti sono disposti ad alterare le relazioni internazionali pur di uccidere i capi delle organizzazioni terroristiche che hanno fatto strage dei cittadini americani. Per uccidere Bin Laden, Obama violò la sovranità nazionale del Pakistan, mettendo a repentaglio le ottime relazioni che gli Stati Uniti hanno con quel Paese da decenni. Questo accade non soltanto perché gli Stati Uniti sono una grande potenza, ma anche per ragioni culturali. Ci rimproveriamo spesso di non conoscere bene il mondo islamico. La stessa critica potrebbe essere rivolta ai terroristi islamici, con riferimento alla loro scarsa conoscenza del mondo occidentale. La mente degli attentati dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed, detto anche l’“architetto” per la complessa “architettura” del suo piano, interrogato a Guantanamo, disse che non si aspettava una reazione così devastante da parte degli Stati Uniti per l’abbattimento delle Torri Gemelle. Era sorpreso e impressionato. Se l’“architetto” avesse studiato meglio la storia degli Stati Uniti, avrebbe saputo che gli americani non lasciano niente d’impunito. Essendo uno dei più grandi popoli guerrieri mai apparsi sulla Terra, la vendetta è centrale nella loro cultura politica. Dopo avere subito l’attacco giapponese contro la base navale di Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, gli americani entrarono in guerra e rasero al suolo la metà del mondo, bombe atomiche sul Giappone incluse. L’assetto politico del Medio Oriente non influisce sulla determinazione con cui i presidenti americani ricercano i capi dell’Isis e di al Qaeda. Che la Siria sia sotto il controllo di Assad oppure no, al Zawahiri dovrà continuare a nascondersi. 

Articolo apparso de “Il Messaggero”, riprodotto per gentile concessione.

Alessandro Orsini

di Redazione

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