USA-Iran: nuove sanzioni da Washington

Pubblicato il 1 novembre 2019 alle 19:00 in Iran USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno reso noto, il 31 ottobre, di aver imposto nuove sanzioni contro Teheran, riguardanti il settore edile ed il commercio di quattro tipologie di materiale impiegato per sviluppare il programma militare e nucleare iraniano.

Allo stesso tempo, Washington ha sollevato la controparte da altre sanzioni e, nello specifico, il 30 ottobre, è stato concesso alle aziende straniere di proseguire con le proprie attività di non proliferazione in Iran. Si tratta di aziende russe, europee e cinesi, che continueranno a lavorare negli impianti nucleari iraniani.

Secondo quanto affermato da Reuters, tale decisione, annunciata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, riflette il tentativo di Washington di fare maggiore pressione su Teheran, imponendo sanzioni che interessano larghe fasce dell’economia del Paese. Tuttavia, la porta della diplomazia resta aperta. Consentendo il prosieguo dei lavori negli impianti nucleari iraniani, la Casa Bianca rende più difficile lo sviluppo di una bomba nucleare da parte iraniana.

Circa la nuova decisione, il Dipartimento di Stato ha riferito che il Segretario di Stato, Mike Pompeo, ha stabilito che il settore edile iraniano è stato controllato direttamente o indirettamente dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) dell’Iran, considerato da Washington un’organizzazione terroristica. Pertanto, la vendita di metalli grezzi e semilavorati, grafite, carbone e software a fini industriali sarà sanzionabile se tali materiali sono destinati ad essere impiegati nell’edilizia iraniana.

Inoltre, Pompeo ha identificato quattro “materiali strategici” da poter utilizzare in relazione al programma nucleare, militare o per lo sviluppo di missili balistici. Nello specifico, si tratta di tubi in acciaio inossidabile 304L, lamine al manganese per brasatura MN70, CrNi60WTi ESR + VAR in acciaio inossidabile (cromo, nichel, 60% di tungsteno, titanio, rifusione sotto elettro scorie, rifuso ad arco sottovuoto).

In tale quadro, la portavoce del Dipartimento di Stato, Morgan Ortagus, ha affermato che quanto deciso consente a Washington di impedire all’Iran di acquisire materiali strategici per l’IRGC, per il settore edile e per i suoi programmi di proliferazione di armi nucleari.

Circa le esenzioni del 30 ottobre, queste dureranno 90 giorni. Secondo quanto rivelato da fonti interne, è prevista una nuova progettazione per il reattore di acqua pesante di Arak, in modo da non poter più produrre plutonio ai fini della fabbricazione di bombe. Inoltre, verranno apportate modifiche alle centrifughe dell’impianto di arricchimento di carburante di Fordow. La China National Nuclear Corp, di proprietà statale cinese, ha svolto attività di non proliferazione ad Arak, mentre la russa Rosatom lo ha fatto a Fordow.

Risalgono al 20 settembre scorso le ultime sanzioni annunciate dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro la Banca Centrale di Teheran. A detta del Segretario del Tesoro americano, Steven Mnuchin, si trattava dell’ultima fonte di finanziamento per l’Iran. Per il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, si è trattato di un attacco da parte statunitense volto a privare i cittadini iraniani comuni dell’accesso a cibo e medicine. Per Zarif, la mossa era un segno della “disperazione statunitense”.

Le tensioni tra Washington e Teheran si sono ulteriormente inasprite a partire dall’8 maggio 2018, quando Trump ha deciso di ritirarsi dall’accordo sul nucleare ed ha imposto nuovamente sanzioni contro Teheran. Si tratta del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), un accordo firmato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania ed i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ovvero Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, con cui si prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale.

La mossa statunitense ha segnato una frattura ancora più profonda nelle relazioni tra le due superpotenze. In particolare, l’acquisto di petrolio è tornato ad essere sanzionato dagli Stati Uniti, riducendo la domanda internazionale di greggio iraniano e quindi le esportazioni della Repubblica Islamica, il quarto produttore di oro nero dell’OPEC. Il fine ultimo di Washington è portare a zero le esportazioni di petrolio iraniane.

Negli ultimi mesi i motivi di tensione e i rischi di una guerra imminente tra Washington e Teheran sono stati sempre più frequenti. L’ultimo episodio riguarda proprio gli attacchi a due impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est del Paese, verificatisi il 14 settembre scorso. L’amministrazione USA ritiene che dietro l’offensiva vi sia il governo di Teheran, benché siano stati i ribelli sciiti Houthi a rivendicare gli attacchi e a dichiarare la loro responsabilità.

A detta di Trump, l’Iran continua a lanciare slogan contro gli Stati Uniti, invocandone la distruzione e, pertanto, le sanzioni non verranno revocate bensì inasprite, a meno che Teheran non ponga fine ai propri comportamenti aggressivi. Non da ultimo, nel discorso tenuto di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 24 settembre, Trump ha invitato le nazioni di tutto il mondo a supportare le sanzioni contro l’Iran e a opporsi alla sua “bramosia di sangue”.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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