Iran, Khamenei: USA colpevoli di diffondere il caos in Libano e in Iraq

Pubblicato il 1 novembre 2019 alle 6:19 in Iran Iraq Libano

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Il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha accusato gli Stati Uniti e i suoi alleati di diffondere “insicurezza e disordini” in Iraq e in Libano e ha definito i manifestanti “succubi del regime sionista”. Interrogato sull’ondata di rivolte in corso nei Paesi vicini, Khamenei ha chiarito che sia il popolo libanese sia quello iracheno avanzano richieste legittime contro i loro governi centrali, ma tali rivendicazioni, ha sottolineato il leader iraniano, possono essere soddisfatte solo all’interno di un quadro pienamente legale e ogni cambiamento deve essere realizzato in modo lecito.

Durante un suo intervento in occasione di una cerimonia presso l’Accademia di Difesa Aerea Khatam al-Anbia, in Iran, Khamenei ha altresì accusato gli Stati Uniti e i servizi segreti occidentali di infliggere danni ulteriori sulla regione con il loro interventismo e di creare un caos incontrollabile. “Stanno distruggendo la sicurezza. Questo è il peggior tipo di ostilità e il comportamento più pericoloso e odioso nei confronti di un Paese”, ha detto l’Ayatollah.

Il discorso di Khamenei giunge dopo che gli Stati Uniti hanno incoraggiato la formazione di un nuovo governo libanese che possa rispondere efficacemente ai bisogni e alle richieste della popolazione. “I libanesi vogliono non solo un esecutivo efficiente ma anche nuove riforme economiche e intendono mettere fine alla corruzione endemica del sistema politico”, ha dichiarato il segretario di Stato americano Mike Pompeo, martedì 29 ottobre, poco dopo le dimissioni del primo ministro di Beirut Saad Hariri. L’annuncio del premier ha fatto seguito a circa 2 settimane di intense manifestazioni di massa in cui si invocava la rimozione dell’intera élite politica libanese. Secondo il corrispondente di Al Jazeera da Beirut, Zeina Khodr, sia Washington sia Teheran si stanno inserendo nella crisi politica del Libano per portare avanti, in un’altra arena, la loro lunga disputa sul Medio Oriente.  

Le proteste libanesi, che si sono allargate a livello nazionale, sono scoppiate a causa della crescente rabbia per la corruzione dilagante nelle alte sfere del potere, per i servizi pubblici scadenti e per gli anni di cattiva gestione economica. L’Iran è uno dei principali sostenitori del gruppo sciita libanese di Hezbollah. Finora, l’organizzazione ha resistito alle richieste di cambiare lo status quo e, insieme ai suoi alleati, partecipa al governo di coalizione formatosi dopo le elezioni del maggio 2018. Mentre alcuni sostenitori di Hezbollah e del movimento alleato Amal hanno attaccato i manifestanti antigovernativi che protestavano nel centro di Beirut, le contestazioni sono state in gran parte pacifiche e hanno unito individui provenienti da una vasta gamma di situazioni sociali ed economiche. I manifestanti libanesi hanno raramente nominato Hezbollah e l’Iran, ma, intonando il coro “Tutti significa tutti”, hanno dato l’impressione che nessuna delle fazioni libanesi, incluso Hezbollah e i suoi alleati, sia esclusa dalle critiche.

Anche in Iraq, decine di migliaia di persone sono scese in strada questa settimana nella seconda ondata di proteste contro il governo e l’élite politica del Paese, accusata di corruzione. Le manifestazioni hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. Secondo quanto rivelato dalle indagini relative alla prima ondata di manifestazioni, il bilancio delle vittime è stato di 149 morti civili e 8 tra le forze di sicurezza. In totale, i feriti delle prime settimane di protesta ammontavano a circa 6543.

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier, Adel Abdul Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, già nel corso delle ultime manifestazioni, i cittadini avevano cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro, diventato successivamente uno degli slogan principali.

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Chiara Gentili

di Redazione

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