Etiopia: 86 morti a causa delle proteste

Pubblicato il 1 novembre 2019 alle 13:45 in Africa Etiopia

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Secondo quanto affermato dal primo ministro etiope, Abiy Ahmed, almeno 86 cittadini sono morti a seguito delle proteste scoppiate il 23 ottobre scorso.

La dichiarazione è giunta nel corso di una conferenza stampa, domenica 3 novembre, nella quale è stato specificato che i manifestanti sono morti a causa di una spirale di violenza insensata, che ha caratterizzato soprattutto le regioni di Oromia e Harari, oltre alla città orientale di Dire Dawa. La portavoce del premier, Billene Seyoum, ha aggiunto che sono 409 gli etiopi detenuti dallo scoppio delle proteste nella capitale Addis Abeba e ad Oromia. Per Seyoum, le manifestazioni hanno assunto un carattere etnico e religioso e le forze dell’ordine sono responsabili di un clima di paura e disperazione, che ha peggiorato ancor di più la situazione.

La causa scatenante dell’ondata di proteste è stata l’accusa rivolta dalle forze di sicurezza contro un famoso attivista etiope, Jawar Mohammed, che avrebbe provato a organizzare un attacco contro il premier, Abiy Ahmed, vincitore del premio Nobel per la pace. Non da ultimo, le forze di polizia sono state accusate di voler togliere il servizio di scorta a Jawar, così da indebolirlo contro un possibile attacco da parte di oppositori. Accuse, queste, negate dalla polizia. Nel suo discorso, Billene ha affermato che le indagini sono ancora in corso e che il bilancio delle vittime, così come il numero dei detenuti, potrebbe aumentare.

Nel frattempo, in una visita a Ambo, città situata a 100 km a Ovest di Addis Abeba, precedentemente interessata dalle proteste, il premier è stato accolto dai fischi di circa 700 manifestanti radunatisi fuori dal municipio della città, dove Abiy ha tenuto un incontro con i politici locali. “Abbasso Abiy” e “Stiamo con Jawar, Jawar è il nostro eroe” sono stati alcuni degli slogan declamati.

Jawar, imprenditore nel settore delle comunicazioni e appartenente al gruppo etnico degli Oromo, è un eroe e un punto di riferimento per diversi suoi connazionali che si ribellano al governo del primo ministro Abiy e contestano la sua vittoria al Nobel per la Pace. Jawar, considerato il leader delle proteste anti-Abiy, era stato interrogato dalla polizia nella sua abitazione, martedì 22 ottobre. Centinaia di suoi sostenitori sono accorsi per mostrargli il loro appoggio e da lì pesanti proteste sono divampate in varie parti del Paese, con le forze di sicurezza che hanno lanciato gas lacrimogeni e colpi di arma da fuoco per disperdere i manifestanti. 

Abiy, salito al potere nel 2018, è stato criticato per la risposta data dal suo governo alla violenza delle ultime settimane e in particolare per aver atteso fino al weekend per rilasciare una dichiarazione. A tal proposito, Billene lo ha difeso, respingendo le critiche contro Abiy e definendole deboli. A detta della portavoce, si tratta di una violenza perpetrata da individui che si oppongono all’agenda di riforme del premier, il quale è stato altresì promotore della liberazione dei prigionieri politici e della creazione di un ambiente politico più inclusivo. Inoltre, secondo Billene, tale ultima ondata rappresenta una reazione ai piani volti a trasformare la coalizione al potere. Quest’ultima è al governo da quasi tre decenni, all’interno di un singolo partito.  

La violenza etnica è stata un problema ricorrente sotto Abiy, facendo sì che l’Etiopia registrasse più sfollati rispetto a qualsiasi altro Paese nel 2018. Allo stesso tempo, le manifestazioni rappresentano una dura sfida per il primo ministro etiope: se si arrendesse, potrebbe incoraggiare Jawar e gli altri agitatori regionali ma se cominciasse a reprimere le proteste e a utilizzare la violenza, offuscherebbe la sua reputazione da premier riformatore. Gli eventi dimostrano inoltre la forte instabilità che caratterizza l’Etiopia, nonostante le riforme sociali, economiche e in materia di sicurezza messe in atto durante il mandato di Abiy. Queste hanno portato sia a una svolta nella politica interna ed estera del Paese, il più popoloso dell’Africa dopo la Nigeria, sia a un nuovo equilibrio diplomatico nel Corno d’Africa.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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