Kashmir: le modifiche costituzionali dividono la regione

Pubblicato il 31 ottobre 2019 alle 15:20 in Asia India

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Le modifiche costituzionali che riguardano il Kashmir amministrato dall’India, effettive a partire dal 31 ottobre, prevedono la divisione della regione in due territori federali.

Il territorio che era noto come la regione di Jammu e Kashmir sarà divisa in due parti. La prima include la valle del Kashmir, un’area che copre oltre 42.000 chilometri quadrati e comprende una popolazione di 12,26 milioni di abitanti, che comprende 8,44 milioni di musulmani, il 68,8%. L’area sarà amministrata da 2 tenenti governatori, Girish Chandra Murmu e Radha Krishna Mathur. La seconda parte comprende il vasto territorio del Ladakh, noto anche come il deserto freddo, si estende per 59.000 km quadrati e ospita una piccola popolazione di 274.289 abitanti. Tra questi, i musulmani sono 127.296, il 46,4% e i buddisti sono 108.761, il 39,65%. La regione del Ladakh sarà sotto l’amministrazione diretta del governo federale di Nuova Delhi. I nuovi territori avranno assemblee rappresentative elette per un mandato di 5 anni, ma la maggior parte dei poteri rimarrà in mano a Nuova Delhi. La regione non avrà più la propria costituzione o una propria bandiera. 

Il 5 agosto, il governo indiano ha abolito lo status speciale della contesa regione indiana del Kashmir, per ragioni di sicurezza. A seguito della rimozione dell’autonomia, dopo giorni di coprifuoco e blocco di internet e delle comunicazioni, il Kashmir è stato colpito da un’ondata di proteste. Alcune di queste sono state caratterizzate dal lancio di pietre contro i militari. Complessivamente ci sono state 722 manifestazioni in tutta la regione, a partire dal 5 agosto alla fine di settembre. Le città maggiormente interessate sono state quella di Srinagar, il distretto di Baramulla, nel Nord-Ovest e Pulwama, situata nel Sud. Quasi 200 civili e 415 membri delle forze di sicurezza sono stati feriti, secondo una fonte interna al governo indiano, resa pubblica il 15 settembre. Inoltre, circa 4.100 persone, tra cui 170 leader politici, sono stati arrestati in tutta la valle, con 3.000 rilasci nelle ultime 2 settimane. 

Il gruppo per la tutela dei diritti umani, Amnesty International, ha affermato che la situazione in Kashmir è “senza precedenti” nella recente storia della regione. Secondo l’organizzazione le detenzioni e la repressione del dissenso hanno contribuito a “diffondere paura e alienazione” nella regione. “Il blackout della comunicazione, il blocco della sicurezza e la detenzione dei leader politici nella regione hanno peggiorato le cose”, ha affermato Aakar Patel, capo di Amnesty International India. In tale contesto, il ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi, ha parlato di fronte alle alle Nazioni Unite, martedì 10 settembre, sottolineando che “l’occupazione militare illegale” dell’India in Kashmir rischia di trasformarsi in “genocidio”. 

I contrasti tra India e Pakistan in relazione al Kashmir vanno avanti da decenni. Tale regione si trova al confine tra i due Paesi ed è suddivisa in 3 aree, tutte oggetto di dispute territoriali e causa di rivalità. Ad incrementare ulteriormente le tensioni tra i due Stati asiatici, le accuse dell’India al Pakistan in merito al sostegno fornito ai militanti separatisti nel Kashmir, smentito da Islamabad. Le tensioni hanno raggiunto l’apice il 2 agosto, dopo che le forze di sicurezza indiane avevano rivelato di aver sventato un attentato in Kashmir, pianificato, a loro avviso, dai militanti supportati dal Pakistan. Da qui, la decisione di isolare alcune aree del Kashmir indiano e di arrestare alcuni politici locali.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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