Confine tra Siria e Turchia: attentato ad Afrin, scontri tra esercito siriano e milizie filo-turche

Pubblicato il 31 ottobre 2019 alle 11:54 in Siria Turchia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il 31 ottobre, l’esercito di Damasco e le milizie siriane supportate dalla Turchia si sono scontrate nei pressi di Ras al-Ain. Lo stesso giorno, un’autobomba ha causato 9 morti ad Afrin. 

I combattenti siriani appoggiati dalla Turchia, noti come l’Esercito nazionale siriano (SNA), hanno lanciato un’offensiva e hanno occupato le aree precedentemente sotto il controllo dei combattenti curdi a Sud di Ras al-Ain. Di conseguenza, giovedì 31 ottobre, scontri intermittenti si sono verificati tra le milizie dello SNA e l’esercito siriano fedele al presidente Bashar Al-Assad. Secondo quanto riferito da Al-Jazeera English, migliaia di persone sono fuggite a causa dei combattimenti e si sono rifugiati nella città di Sanliurfa. 

Nel frattempo, almeno 9 persone sono rimaste uccise dall’esplosione di un’autobomba in un mercato della città di Afrin, situata 350 km ad Ovest di Ras al-Ain, sempre nella striscia siriana al confine con la Turchia. Anche Afrin si trova sotto il controllo di gruppi ribelli appoggiati dalla Turchia, che l’hanno conquistata nel marzo del 2018. L’esplosione ha causato il ferimento di almeno 30 persone. I video pubblicati sui social media hanno mostrato gravi danni con incendi in tutta l’area del mercato. Sempre il 31 ottobre, i soldati statunitensi hanno pattugliato parte del confine tra Siria e Turchia. Si è trattato della prima mossa di questo genere da quando Washington ha ritirato le proprie truppe dall’area. Cinque veicoli corazzati che esponevano bandiere degli Stati Uniti hanno effettuato controlli lungo una striscia di frontiera a Nord della città di Qahtaniyah, situata 150 km ad Est di Ras al-Ain. 

Quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso di ritirare le truppe dal Nord-Est della Siria, l’8 ottobre, ha di fatto spianato la strada ad un’operazione turca contro i militanti curdi, effettuata tramite le milizie dello SNA. Tale offensiva è stata lanciata il 9 ottobre e veniva identificata con il nome di Operazione “Fonte di pace”. Dopo oltre una settimana di combattimenti e numerose vittime, gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo con la Turchia per un cessate il fuoco temporaneo, il 17 ottobre. Tuttavia, i combattimenti sono continuati in alcune città, tra cui Ras Al-Ain. Il 22 ottobre, infine, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ed il suo omologo russo, Vladimir Putin hanno raggiunto un’intesa sulla questione. In particolare, le due parti hanno concordato sulla necessità di respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km. 

Tuttavia Erdogan sostiene che le milizie curde non hanno ancora completato il ritiro dalla safe zone e, il 30 ottobre, ha affermato che la Turchia si riserva il diritto di lanciare un’altra operazione contro le Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG) nell’area che si estende per 30 km dal confine turco. Erdogan ha poi aggiunto che Ankara e Mosca inizieranno pattuglie congiunte in Siria entro una striscia a 7 km dal confine a partire da venerdì 1 novembre. Anche il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, aveva già denunciato la permanenza di milizie curde nella “safe zone”, il 28 ottobre. Se l’YPG non evacuerà la zona che si estende per circa 30 km dal confine turco, Ankara “spazzerà via questi terroristi da qui”, aveva affermato Cavusoglu, in tale occasione. 

In tale contesto,  gli Stati Uniti sono ancora presenti nelle aree strategiche della Siria. Secondo quanto affermato dal segretario alla Difesa statunitense, Mark Esper, il 28 ottobre, le truppe statunitensi rimangono in Siria per contrastare l’ISIS  e qualsiasi gruppo che minacci la produzione petrolifera siriana. Esper ha sottolineato che le Syrian Democratic Forces (SDF) a guida curda, appoggiate dagli Stati Uniti, hanno fatto affidamento sulle entrate relative alla produzione petrolifera per finanziare i propri combattenti, compresi quelli che custodiscono le prigioni in cui sono detenuti i combattenti dell’ISIS. Il segretario ha poi dichiarato che Washington vuole assicurarsi che le SDF abbiano accesso alle risorse, al fine di proteggere le carceri, armare le proprie truppe e aiutarci con la missione contro l’ISIS. 

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.