USA-Turchia: scontro sul riconoscimento del genocidio degli armeni

Pubblicato il 30 ottobre 2019 alle 12:32 in Turchia USA e Canada

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La Turchia ha denunciato la decisione statunitense di riconoscere il “genocidio armeno” perpetrato tra il 1915 e il 1916 dai “Giovani Turchi”, avvertendo che tale decisione rischia di peggiorare i rapporti bilaterali, “in un momento estremamente fragile” per la sicurezza internazionale. 

La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, martedì 29 ottobre, ha approvato una risoluzione che definisce il massacro degli armeni un “genocidio”, con 405 voti a favore e 11 contrari. “La risoluzione che apparentemente è stata redatta ed emessa per l’utilizzo interno è priva di qualsiasi base storica o legale”, ha riferito il Ministero degli Esteri turco in una dichiarazione. “La risoluzione stessa non è giuridicamente vincolante”, continua il documento. “Come passo politico insignificante, i suoi unici destinatari sono la lobby armena e i gruppi anti-turchi. Il dibattito sugli eventi accaduti nel 1915 appartiene al regno della storia, non alla politica”, si legge ancora nella dichiarazione. A tale proposito, la mattina del 30 ottobre, la Turchia ha convocato l’ambasciatore degli Stati Uniti ad Ankara per discutere della risoluzione.

Da parte sua, la portavoce della Camera degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, ha affermato di essere onorata di unirsi ai suoi colleghi “nel solenne ricordo di una delle grandi atrocità del 20° secolo: l’omicidio sistematico di oltre 1,5 milioni di uomini, donne e bambini armeni da parte dell’Impero ottomano”. I precedenti tentativi di approvare una risoluzione simile erano falliti a causa dell’opposizione diplomatica turca. La Turchia ammette che molti armeni sono morti a causa di scontri etnici e deportazioni, tra il 1915 e il 1917, durante la prima guerra mondiale. Tuttavia, si oppone con vigore alla definizione di tali morti come “genocidio” e contesta le cifre, sostenendo che abbiano perso la vita non più di qualche centinaia di migliaia di persone. Tale massacro era stato perpetrato dai “Giovani Turchi”, un movimento politico che ha favorito il passaggio dall’Impero Ottomano alla moderna Turchia e di cui faceva parte Mustafa Kemal Atatürk, il padre della patria, considerato un eroe nazionale turco. Riconoscere il genocidio degli armeni, per Ankara, significherebbe ammettere che le fondamenta della Turchia moderna giacciono su un crimine internazionale.

Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha condannato la risoluzione statunitense, sostenendo che fosse “nulla”. “Questa vergognosa decisione di coloro che sfruttano la storia in politica è nulla per il nostro governo e il nostro popolo”, ha twittato Cavusoglu. Nel 2017, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva criticato gli omicidi come “una delle peggiori atrocità di massa del 20° secolo”, ma aveva poi smesso di usare la parola genocidio, in linea con la pratica statunitense. Anche Barack Obama, prima di essere eletto, si era impegnato a riconoscere il “genocidio”, ma non rispetto tale promessa durante i suoi due mandati. Il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ha reagito con entusiasmo alla decisione della Camera dei Rappresentanti USA. Con un post su Twitter ha dichiarato che si è trattato di “un coraggioso passo verso il servizio della verità e della giustizia storica che offre conforto anche a milioni di discendenti dei sopravvissuti al genocidio armeno”.

Sempre il 29 ottobre, la Camera ha anche approvato una misura bipartisan per imporre sanzioni contro gli alti funzionari turchi coinvolti nella decisione di avviare l’operazione militare “Fonte di Pace” in Siria, lanciata il 9 ottobre, e contro una banca turca con legami con il presidente turco. La Camera ha poi richiesto che l’amministrazione Trump reagisca all’acquisto effettuato da Akara del sistema di difesa antimissilistico russo S-400. L’Operazione “Fonte di pace” era stata facilitata dal ritiro delle truppe statunitensi, che avevano abbandonato le Syrian Democratic Forces (SDF). L’assalto si è poi concluso il 22 ottobre, quando il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un’intesa per la creazione di una “safe zone” di 30 km al confine tra Siria e Turchia, pattugliata dall’esercito di entrambi i Paesi. 

Le Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG), sono state il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria. Tuttavia, negli ultimi anni, erano riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica” a causa di legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Quest’ultimo, da decenni, ha condotto una campagna armata per raggiungere l’autonomia in Turchia ed è considerato un’organizzazione illegale da Ankara.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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